LA BOHÈME al Teatro Superga di Nichelino

Novembre 22, 2009 di Roberto Mastrosimone

Secondo appuntamento della nona stagione lirica del Teatro Superga: La Bohème di Giacomo Puccini. Titolo amato da tutti gli appassionati d’opera che da più di un secolo immancabilmente finiscono col prendere il fazzoletto per asciugar le lacrime alla morte di Mimì: potranno vederla e ascoltarla centinaia di volte, ma non dà assuefazione, l’effetto è sempre lo stesso. Si commosse anche Puccini nel comporla ed è uno dei momenti più alti in assoluto di tutta la storia dell’opera. In fondo anche i registi, tranne qualche pazzoide iconoclasta, hanno in genere avuto rispetto di questo capolavoro, limitandosi talvolta a posporla di un secolo, aggiornando in alcuni casi la cartella clinica di Mimì (ogni secolo ha i suoi mali…): operazione comunque inutile e gratuita in quanto non apre nessuna prospettiva nuova nell’interpretazione dell’opera. Né potrebbe: La Bohème è nata già perfetta, non c’è niente da aggiungere e nulla da togliere, da sola rende immortale il suo Autore. Naturalmente l’allestimento presentato dal Teatro Superga si muove pienamente nell’ambito della tradizione con uno spettacolo di ottimo gusto sia nelle scene che nei costumi, entrambi semplici, ma non poveri, non manca nulla pur nello spazio non particolarmente esteso del suo palcoscenico. Compagnia di canto giovane e affiatata, che dà quella giusta freschezza e rende credibilissima la vicenda. D’altronde ormai anche le grandi istituzioni liriche tendono a scritturare giovanissimi per Bohème: la presenza dei divi navigati rischia di alterare un po’ l’equilibrio di un’opera dove se i protagonisti sono indubbiamente Mimì e Rodolfo, anche gli altri personaggi hanno un ruolo non secondario e il pari merito è forse la carta vincente degli allestimenti. Lo intuì il grande Bernstein che più di vent’anni fa a Roma presentò in forma di concerto una Bohème di giovanissimi, che se da un lato fece scalpore finì poi col fare scuola. I cantanti che ieri sera hanno cantato a Nichelino sono giovanissimi, ma molto preparati e con un repertorio già vasto. Gioconda Vessichelli (Mimì) vanta nel suo curriculum anche la parte di Madama Cortese del “Viaggio a Reims” affrontata al ROF 2004, è una giovane che è dotata di una notevole poliedricità, poliglotta, passa dalla Bohème (in cui ha anche in repertorio Musetta) all’operetta al Così fan tutte (ove ha in repertorio sia Fiordiligi che Despina): insomma un’artista completa.

Gioconda Vessichelli

Rodolfo era il coreano Kim Choong Sik (che col battesimo cristiano ha premesso il nome Bosco in onore del Santo piemontese), tenore di ottima scuola (Bergonzi), di bella voce, che affronta con successo anche ruoli di lirico-spinto come si può verificare da questo

Nessun Dorma cantato lo scorso anno a Lecco

che è stato bissato a gran richiesta.

Valerio Garzo (Marcello) ha un repertorio che va da Cimarosa a Mozart a Puccini. Ascoltiamolo nella parte di Ping in una Turandot dello scorso aprile a Vercelli, dove si ha anche modo di ascolare l’ottimo Silvano Paolillo (il Benoit della Bohème) nella parte di Pong

Ho una casa nell’Honan

Elisa Cenni (Musetta) è una cantante di ottima scuola (Renato Bruson), già vincitrice di concorsi, di bella e spigliata presenza scenica. Nel marzo scorso ha affrontato il ruolo di Carolina all’Opéra di Parigi nel

Matrimonio Segreto di Cimarosa

Una Musetta seducente e generosa nel mostrare il suo ben di Dio con gratificazione del pubblico maschile.

Il basso venezuelano Ernesto Morillo ha cantato ottimamente l’aria di Colline strappando meritate  ovazioni a scena aperta.

Ferruccio Finetti è stato un buon Schaunard.

Ho lasciato per ultimo colui che in realtà è stato il vero protagonista della serata: il direttore Lorenzo Castriota Skanderberg.

Lorenzo Castriota Skanderberg

Giusto un anno fa lo avevamo ascoltato dirigere “Tosca” nello stesso teatro e con la stessa orchestra e ne avevamo ammirato la indubbia capacità di valorizzare l’orchestra pucciniana. Puccini è stato un grandissimo orchestratore, forse il migliore in assoluto del melodramma italiano. Soprattutto nelle sue ultime opere l’orchestra assume un ruolo fondamentale e diventa coprotagonista. Basti dire che Ravel aveva la partitura della Fanciulla del West sul comodino da notte e la considerava un capolavoro irrangiungibile. Lo sanno i grandi della bacchetta che hanno un amore sconfinato per Puccini. Insomma Puccini necessita di un buon direttore e tale è Lorenzo Castriota Skanderberg. Con una buona orchestra come la Sinfonica Città di Grosseto il risultato è garantito. Ma Castriota Skanderberg ha curato in maniera puntuale anche i cantanti. Si vedeva la sua mano sinistra continuamente guidare il palcoscenico, cui  aggiungeva spesso il movimento delle labbra ad accennare e quasi suggerire il canto. Purtroppo, e mi duole davvero scriverlo, il risultato è stato in larga parte compromesso dalla struttura del teatro, che non essendo nato per la lirica, manca di buca orchestrale e di quegli accorgimenti che favoriscono l’acustica. Per cui l’orchestra ha finito col creare spesso una barriera sonora tra palcoscenico e pubblico: un vero peccato, perché tanta cura nella preparazione dello spettacolo avrebbe davvero meritato una più soddisfacente fruizione da parte del pubblico, che comunque ha capito e ha saputo attribuire i giusti meriti a tutto il cast con i meritati applausi. Vorrei citare ancora il regista Renato Bonajuto, che ha saputo tra le tante cose dare un po’ di graziosa civetteria a Mimì nella sua prima apparizione in scena e chi ha curato le luci sempre pertinenti al momento. Una menzione anche al Coro Puccini diretto da Gianluca Fasano, che con la sua costante presenza si può quasi considerare un’istituzione stabile.

John Axelrod e Louis Lortie all’OSN Rai

Novembre 20, 2009 di Roberto Mastrosimone

John Axelrod

La simpatia, contagiosa e irresistibile, è la prima qualità che caratterizza John Axelrod, il giovane direttore texano che avevamo già conosciuto la scorsa stagione sul podio dell’OSN Rai. Fondatore dell’Orchestra X a Houston, sua città natale, è stato nominato direttore dell’Orchestre National des Pays de la Loire dopo un incarico quinquennale alla Luzerner Sinfonieorchester. La sua carriera è in costante ascesa e il suo repertorio, molto vasto, comprende le sinfonie dei maggiori compositori. Le sue interpretazioni sono caratterizzate da una notevole estroversione, che rende chiaro il significato generale della composizione; forse manca un approfondimento e una ricerca di nuove prospettive di lettura, ma credo che ciò esuli dai suoi obiettivi. Insomma Axelrod mira a lasciar soddisfatto e rassicurato il suo pubblico con performance ben eseguite e cerca di valorizzare gli strumentisti gratificandoli anche con un atteggiamento visibilmente empatico: è un piacere verderlo rivolgersi alle varie sezioni con un sorriso sincero e trascinante. Il brano più riuscito è stato a mio parere la Seconda Sinfonia di Schumann, in cui forse sembrava di scorgere l’ombra del grande Lenny che di Axelrod fu maestro e che di questa sinfonia fu sempre interprete massimo. Nella prima parte, preceduto dalla Pavane op.50 di Fauré, il Concerto op. 11 di Chopin, brano conosciutissimo, amatissimo dal grande pubblico, di frequente esecuzione nelle sale da concerto. Solista Louis Lortie, che nello scorso aprile aveva eseguito Mendelssohn insieme a Augustin Dumay.

Louis Lortie

Il pianista canadese, patito per le integrali, è soprattutto conosciuto per una fortunata e riuscita incisione dell’integrale raveliana, ma il suo repertorio è molto vasto e Chopin ha in esso un posto d’onore. Lo ha evidenziato con una bella performance del Concerto, dove al solista spetta la parte del leone, avendo l’orchestra il ruolo un po’ subordinato di mero accompagnamento. Forse anche per questo non mi è parsa tanto curata ieri sera la partecipazione orchestrale e nel secondo movimento (ma anche nel terzo) l’intesa tra solista e orchestra era tutt’altro che perfetta. Poche prove? probabile: i solisti giungono spesso in extremis e rimane il tempo di una sola prova oltre alla generale. È possibile che stasera le cose procedano meglio e che domani a Vercelli vadano benissimo. Scarso afflusso di pubblico, contrariamente a quel che prevedevo visto l’appeal del brano principe e del nome del solista. Boh? la concorrenza del Film Festival in corso? la campagna martellante di Topo Gigio contro i contagi influenzali? oppure la programmazione di brani di largo consumo anziché incrementare l’afflusso di pubblico ha finito per ridurlo? Su quest’ultima ipotesi (la meno confortante per una prospettiva a medio-lungo termine per l’Orchestra) non dispongo dei numeri necessari per esprimermi, però non mi dispicerebbe se qualcuno più informato e documentato di me lo facesse nei commenti.

Eugene Ormandy

Novembre 18, 2009 di Roberto Mastrosimone
Eugene Ormandy

Eugene Ormandy

Centodieci anni fa, il 18 novembre 1899, nasceva a Budapest Jenö Blau, nome di origine di Eugene Ormandy. Fanciullo prodigio ebbe i primi input musicali dal padre, appassionato di musica, e iniziò gli studi di violino all’età di tre anni. A cinque anni fu ammesso alla Reale Accademia di Musica di Budapest, a nove anni studiava, oltre al violino, composizione con Zoltán Kodály e armonia e contrappunto con Leó Weiner. A 14 anni si diplomò e a 17 iniziò la carriera di violinista in Ungheria e Austria. In questi anni cominciò ad aggiungere Ormándy al suo nome e cognome (come risulta dalla locandina)

Locandina di un concerto violinistico di Ormandy a Vienna nel 1921

Ormandy fu sempre reticente sull’origine del nome che adottò. L’ipotesi più probabile è: “Eugene” è la traduzione inglese dell’ungherese Jenö, mentre “Ormandy” è quasi di certo un toponimo, essendo Ormánd in Ungheria il presumibile luogo di origine della famiglia e la “y” finale indicando in magiaro la provenienza. La corretta pronuncia del cognome è quindi sdrucciola, all’ungherese  (poiché gli accenti grafici non indicano l’accento tonico, ma la lunghezza delle vocali ai fini della pronuncia). Quindi “Iùgin Òrmandi” e non quella pronuncia alla francese che solitamente si sente dagli speaker della radio, non si sa bene su quale fondamento.

Una foto di Ormandy, violinista, nel 1921

Un contratto per un tour negli USA non ebbe seguito e Ormandy a New York fu costretto ad accettare un incarico di violino di fila nel Capitol Theater Movie Palace. Ma le sue doti furono subito notate e in breve divenne violino di spalla e proprio lì ci fu il debutto sul podio nel 1924. Nel 1926 nella stessa orchestra affiancò il direttore principale. Rimase al Capitol fino al 1929. Iniziò allora la carriera di Ormandy come direttore d’orchestra: il primo incarico di prestigio fu alla Minneapolis Symphony dal 1931 al 1936. Seguì quindi il lunghissimo sodalizio con la Philadelphia Orchestra che durerà 44 anni.

Una foto di Ormandy, giovane direttore.

Iniziò l’Era Ormandy dell’Orchestra statunitense il cui sound divenne leggendario anche grazie alle innumerevoli incisioni, realizzate per lo più dalla CBS.

Eugene Ormandy all'inizio dell'incarico con la Philadelphia

In questi anni ci fu la grande amicizia e collaborazione con Rachmaninov, di cui Ormandy fu interprete di fiducia, nonché direttore di prime assolute. Grande interprete di un vastissimo repertorio, eccelse soprattutto nella musica romantica e del primo Novecento; fu anche un divulgatore instancabile della musica statunitense.

Eugene Ormandy nel 1965 © A.Siegel

Nel 1980 terminò il suo incarico presso la grande Orchestra statunitense, che era (ed è ancora) considerata tra le maggiori del mondo.

Eugene Ormandy © Time Inc.

Morì il 12 marzo 1985 a Philadelphia.
Un video del 1977, con due brani della Suite da L’oiseau de feu di Stravinsky
La danza infernale di Katscei e la Berceuse.

Un anno di blog

Novembre 18, 2009 di Roberto Mastrosimone

Il blog spegne la prima candelina. Questo è il 200° post: cifra tonda, per pura coincidenza. Un grazie a tutti coloro che hanno avuto la bontà di leggermi e soprattutto a chi con i suoi interventi ha dato dei contributi costruttivi e interessanti. Ho iniziato nel nome di Franz Schubert e allora che Schubert sia….

Fritz Reiner

Novembre 15, 2009 di Roberto Mastrosimone
FReiner

Fritz Reiner ©Life

Il 15 novembre 1963 moriva a New York Fritz Reiner. Era nato a Budapest il 19 dicembre 1888 e fu avviato dal padre agli studi giuridici. Successivamente studiò pianoforte e composizione alla Accademia Franz Liszt della città natale, avendo come maestro Béla Bartók. Dopo un’attività iniziale presso l’Opera di Budapest, diresse a Dresda dove fu a lungo in contatto con Richard Strauss. Emigrò negli USA nel 1922 e nel 1928 ne prese la cittadinanza. Inizialmente direttore a Cincinnati (dal 1922 al 1931), quindi insegnò al Curtis Institute di Philadelphia, dove ebbe tra gli allievi Leonard Bernstein. Dal 1938 al 1948 fu direttore alla Pittsburg Symphony. Diresse molto al Metropolitan di New York. Dal 1953  al 1963 fu direttore della Chicago Symphony Orchestra, che sotto la sua guida divenne una delle migliori orchestre del mondo.

FReiner

Fritz Reiner nel 1950 ©Life

Con l’Orchestra di Chicago incise per la RCA molti dischi, tra cui i primi stereo attualmente rimasterizzati nella collana Living Stereo, che sono giustamente leggendari. È considerato l’interprete di riferimento dello Strauss sinfonico.

Freiner

Fritz Reiner ©Life

È considerato il direttore più tirannico della storia dell’interpretazione, al punto che su di lui nacquero vari aneddoti, alcuni dei quali piuttosto inquietanti…

Freiner

Fritz Reiner ©Life

Si racconta che sottoponesse continuamente i propri orchestrali a dei test, con conseguenze negative per coloro che non li avessero superati. Secondo un aneddoto un pomeriggio Reiner percorrendo il corridoio dei camerini degli strumentisti ascoltò casualmente il primo trombone steccare durante un esercizio; bussò alla porta del camerino e si limitò a dire: “Lei è licenziato!”

FReiner

Fritz Reiner ©Life

È possibile che ci sia un po’ di esagerazione, comunque i metodi autoritari di Reiner hanno testimonianze plurime. Il gesto di Reiner era di estrema parsimonia e si limitava allo stretto necessario. Come ampiamente dimostrano alcuni video realizzati dalla WGN-TV a Chigago nel 1953-54 e pubblicati in DVD dalla Vai

Prima parte del I movimento della Settima di Beethoven

Anche lo sguardo non lascia dubbi sul rapporto tra direttore e orchestrali.  Un altro esempio: questa volta mozartiano.

Prima parte del I movimento della Sinfonia KV543