LEOPOLD STOKOWSKI

Il nome di Leopold Stokowski è indissolubilmente legato al film Fantasia di Walt Disney, di cui diresse le musiche. Anche la love story con Greta Garbo rese celebre il suo nome presso un pubblico digiuno di musica classica.

la copertina di un rotocalco dell'epoca che dà risalto alla love story tra Stokowki e la Garbo

La copertina di un rotocalco dell'epoca che dà risalto alla love story tra Stokowski e la Garbo

C’è il rischio che una fama dovuta a fattori extramusicali non giovi poi molto alla statura dell’interprete. Se Fantasia e la Garbo si associano subito al nome di Stokowski, si dimentica spesso  che a lui si deve la prima americana del Sacre stravinskijano, del Wozzeck di Berg, di gran parte della musica orchestrale di Schoenberg, dell’Ottava di Mahler, le prime assolute di musiche di Varèse, di Ives, di Rachmaninov….

Leopold Stokowski

Leopold Stokowski

Era nato a Londra il 18 aprile 1882 da padre polacco e madre irlandese. Studiò a Londra al Royal College of  Music. A 20 anni fu nominato organista in St.James a Piccadilly. Nel 1905 si stabilì a New York e divenne organista in St. Bartholomew. Proprio questa sua esperienza di organista sarà alla base delle numerose trascrizioni per orchestra di composizioni organistiche. Nel 1908 iniziò a dirigere e divenne direttore della Cincinnati Symphony. Nel 1912 fu nominato direttore stabile della Philadephia Orchestra dove rimase fino al 1936.  Nel 1940 fondò la All-American Youth Orchestra, formata esclusivamente da giovanissimi strumentisti. Dal 1941 al 1944 diresse la NBC Symphony. Nel 1944 fondò la New York City Symphony, in accordo col sindaco Fiorello La Guardia, con lo scopo di portare la musica classica in spazi aperti e accessibili alle classi meno abbienti. Lo scopo di rendere popolare la musica classica è alla base della fondazione della Hollywood Bowl Symphony. Diresse poi la New York Philharmonic come direttore ospite, poi la Air Symphony (la ex NBC dopo il ritiro di Toscanini). Fondò nel 1962 (a 80 anni di età) la American Symphony Orchestra di cui fu direttore musicale fino al 1972 (a 90 anni). Trascorse gli ultimi anni di vita per lo più in Gran Bretagna, dove morì il 13 settembre 1977

Divulgatore instancabile: lo dimostra un po’ tutta la sua carriera e la sua fitta serie di incisioni con molte etichette al punto da essere soprannominato la “whore” del disco. Le incisioni più diffuse attualmente sono quelle realizzate negli ultimi anni soprattutto per la Decca. Fu nel 1964 che a Londra registrò per l’ennesima volta Shéhérazade di Rimski-Korsakov per la Decca col sistema Phase4. Ne fu così entusiasta da consegnare la migliore sua interpretazione della composizione rimskiana e da impegnarsi per un discreto numero di registrazioni. Devo dire che il sistema, concepito per la musica “leggera”, poco si adattava al genere classico e che i riversamenti in CD fatti dalla Decca hanno un sound poco attraente (almeno per i miei gusti): rendevano meglio in vinile…

Stokowski fu molto discusso come interprete, per le sue “libertà” nei confronti delle partiture. Chi pretende interpretazioni notarili e vuole un rispetto totale della partitura in ogni suo segno, difficilmente potrà apprezzare un interprete estroso, creativo, ricco di  fantasia come Stokowski. Lo si può amare alla follia o detestare, una cosa è certa: non lascia mai indifferenti e soprattutto non è mai banale.

Propongo un solo ascolto, per certi aspetti “storico”: L’après midi d’un faune di Debussy alla Royal Festival Hall.  E’ il 14 giugno 1972, Stokowski ha 90 anni e dirigendo la London Symphony celebra il suo 60° del debutto con l’orchestra londinese.

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2 Risposte a “LEOPOLD STOKOWSKI”

  1. Luca Rossetto Casel Dice:

    Grazie per la bella nota biografica! Che mi ha offerto, tra l’altro, modo di riflettere su come il rapporto tra capacità, (talvolta, sovra-)esposizione mediatica e popolarità – quest’ultima, nella sua accezione più vasta! – dia spesso luogo a un legame tanto stretto da rischiare di soffocarne l’oggetto.

    Nonostante le innegabili qualità, Stokowski è stato non di rado osteggiato per la sua troppa (?) popolarità: le libertà interpretative delle sue letture è stata spesso bollata come colpevole di effettismo fine a sé stesso, se non sdegnosamente liquidata in quanto eccessiva condiscendenza agli appetiti del pubblico…

    Di segno diverso, mi pare, furono invece gli appunti rivolti a un altro grande “infedele”, Leonard Bernstein. A questi si rimproverava tutt’al più il carattere istrionico delle performance, non tanto il processo di ricomposizione che di fatto avveniva (grazie al Cielo!) durante le stesse; il personaggio veniva mantenuto distinto dall’artista. La sua era forse una popolarità diversa, diverse erano le aure che circondavano i due direttori.

    E, in fondo, un protagonismo sulla scena mediatica da alcuni percepito come eccessivo è stato, nel passato recente, la principale colpa di Riccardo Muti. Non intendo qui riferirmi alla turbolenta chiusura dell’incarico presso il teatro “Alla Scala”, che è un caso molto più complesso, nel quale ha giocato più la sfera politica che quella puramente artistica; bensì al genere di riserve avanzate nei confronti delle sue interpretazioni da una parte della critica. Rivolte più al personaggio che al direttore, penso. Insomma, la sfera politica, forse, ha preso il sopravvento anche fuori dal suo territorio… Tanto da animare il formarsi di due vere e proprie fazioni, favorevole una, contraria l’altra, l’un contro l’altra armate, intorno alla figura del Nostro. Poi, naturalmente, ci sono state anche le critiche verso il suo operato strettamente artistico, condivisibili o meno, ma comunque legittime.

    E, d’altra parte, la storia della musica è costellata di simili contrapposizioni: la Querelle des Bouffons, lullisti e ramisti, Wagner contro Brahms… sono solo alcune. Curiosamente, oggi, con la diffusione d’un approccio storicamente consapevole alla musica antica, uno dei focolai più virulenti è quello dello scontro, ferocissimo, tra bachiani e haendeliani, e qualcosa vorrà pur dire. Escludendo le polemiche asperrime del festival di Sanremo, ovviamente…

  2. Roberto Mastrosimone Dice:

    Ti ringrazio molto di questo bellissimo e interessante intervento.
    Tra i miei ricordi di prima gioventù c’è uno Stokowski etichettato come …. be’ dovrei ricorrere agli eufemismi, in quanto i termini a lui attribuiti erano decisamente offensivi. Ingiustamente, secondo me, e lo pensavo anche allora (ho sempre ammirato Stokowski: mi affascinava il suo estro, la sua spregiudicatezza interpretativa sempre geniale; insomma proprio quelle qualità che facevano torcere il naso ai più). Va detto che molte sue iniziative coraggiose e all’epoca “rivoluzionarie” (l’orchestra giovanile, la musica negli stadi, il valore riconosciuto ai media nel diffondere la musica classica) non furono apprezzate da chi voleva la musica classica patrimonio esclusivo di una elite. Aggiungerei che per ironia della sorte Stokowski proprio nella fase in cui proprio il disco creava l’immagine degli interpreti si trovò tagliato fuori dalle majors, per di più incidere per la serie Phase4 della Decca (la serie era nata per la musica leggera e per esaltare gli effetti della stereofonia) finì col consolidare l’immagine di uno “stregone” dei suoni. A datare dagli anni 70 iniziò una rivalutazione critica che fu tardiva e secondo me rimase incompleta. Bernstein al contrario, dopo alcune diffidenze iniziali e prevenute, fu rivalutato ampiamente: coincise (non so se sia casuale) col suo contratto con la DGG, che all’epoca curava al massimo l’immagine dei propri interpreti. Al di là di questo è, secondo me, il direttore che ha avuto il percorso evolutivo maggiore raggiungendo esiti vertiginosi. L’ostilità di cui è bersaglio Muti mi sembra che sia un tipico prodotto italico a DOCG: …non aggiungo altro…

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