
Radu Lupu
Radu Lupu, il grande Radu Lupu, dopo Brandauer, la Gutman, Znaider… e prima di Lortie, Anderszewski…: si direbbe da questi primi concerti della stagione che la Rai per richiamare pubblico abbia puntato sull’appeal dei solisti, anziché sui direttori, che beninteso sono di alto livello, ma certamente non di quelli che richiamano moltitudini (ammesso che tra i direttori ospiti disponibili esistano ancora artisti dotati di questo carisma). Con Radu Lupu obiettivo raggiunto: il rosso delle potrone era meno appariscente delle altre volte, almeno in platea. Che il pubblico sia accorso per lui lo dimostra la defezione di almeno un terzo delle presenze dopo l’intervallo. Lupu ha riproposto il Concerto in la minore op.54 di Schumann, lo stesso già proposto nel dicembre 2003. E ha fatto bene: a mio giudizio nessuno oggi lo interpreta meglio di lui. Un’interpretazione tutta intimità raccolta, di un lirismo pieno di poesia, in cui il pianoforte dialoga in modo quasi sommesso con gli strumenti dell’orchestra, quasi fosse una composizione cameristica. Nessuna contrapposizione tra solista e orchestra, ma una sorta di affettuoso abbraccio in una integrazione perfetta. Sintonia totale col direttore, Mikhail Jurowski, che ha aderito pienamente a questa interpretazione con risulati eccellenti. Il feeling tra questi due 64enni era percettibile e visibile anche dai gesti cordiali e affettuosi che si sono scambiati alla fine del concerto: è stato tenero vedere Lupu accarezzar la barba di Jurowski in segno di amicizia e ringraziamento. Come bonus Träumerei da Kinderszenen. Il programma era iniziato con la trascrizione per orchestra a opera di Gustav Mahler del Quartetto D 810 “La morte e la fanciulla” di Franz Schubert. Omaggio di Mahler a Schubert, di cui era fervente ammiratore. Era in prima esecuzione Rai, ma era già stata ascoltata a Torino due anni fa dalla Camerata Salzburg con risultati più convincenti, forse in virtù di un organico più appropriato di quello schierato ieri sera. Io non amo queste trascrizioni di brani concepiti per formazioni da camera, fatta eccezione per quella schoenberghiana del Quartetto op.25 di Brahms, geniale e dotata di vita autonoma rispetto all’originale, negli altri casi mi rimane per tutta la durata il cruccio e il rimpianto di non ascoltare il brano così come concepito dall’autore.
Mikhail (anzi Michail, come forse preferisce per connotare la sua ormai attività in Germania) Jurowski, dopo una lunga attività in URSS dal 1990 è attivo soprattutto in istituzioni tedesche. E’ padre di due direttori d’orchestra: Vladimir e Dmitri. Il primo famoso e affermato.

Mikhail Jurowski
La sintonia con lo stile interpretativo di Lupu deve essere stata naturale per Jurowski: la sua direzione è improntata a un pudore espressivo che evita ogni platealità e effettaccio. Sembra quasi che sulle partiture legga: Caution! Careful. Anche la pagina conclusiva: la Sinfonia Mathis der Maler di Paul Hindemith ha trovato in lui un interprete lontano da esibizionismi, teso a rivelare il significato e il valore della composizione. Lo hanno verificato gli spettatori superstiti, che gli hanno tributato i meritati applausi.
Contrariamente a quel che mi sarei aspettato: niente ripresa tv. Ma, e questo davvero non lo avrei mai immaginato, niente diretta radio, e neanche differita del Concerto di Schumann, ma solo degli atri due brani. Lupu non vuole lasciare tracce delle sue interpretazioni? desidera che rimangano solo nella memoria di chi le ha vissute con lui? In ogni caso: stasera si replica e val la pena che a ricordare siano il maggior numero possibile di musicofili.
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Novembre 8, 2009 alle 20:18
Ho sentito il concerto di venerdì. Anche lì platea parecchio piena per Lupu, poi diversi se ne sono andati. Mah… Buon per me che dopo l’intervallo ho trovato posto in prima fila. Prima ero sopra a lato e devo dire che da lì si ha l’impressione di un suonicchio. In prima fila il suono è il doppio più pieno, tutta un’altra cosa, e l’ascolto di Hindemit ne ha beneficiato assai.
Riguardo al direttore, concordo che è tutt’altro che effettistico. Bella trasparenza, ma l’ho trovato, se posso permettermi, un po’ moscio.
L’accordo col solista era invece ottimo.
Saluti,
Mauro
Novembre 8, 2009 alle 23:55
L’acustica rimane il punto debole dell’Auditorium Rai, nonostante gli interventi del superesperto Mueller durante la bonifica e parziale ristrutturazione. I posti migliori sono quelli con su scritto “risevato” in platea. Forse realmente Jurowski era troppo cauto nel dosaggio delle sonorità.
Ciao
Roberto
Novembre 9, 2009 alle 17:30
ero al concerto di venerdì ma non mi pare che il bis sia stato lo stesso del giorno prima.
voi sapete cos’era? mi ricordo male
grazie