CARMEN secondo Emma Dante e Barenboim alla Scala

Una scena della Carmen ©ANSA

Ho visto l’opera in tv, per cui ciò che scrivo è da intendersi considerando questa premessa. Tanto più che lo spettacolo in oggetto non è telegenico e ha subito una ripresa tv tutt’altro che esemplare. Può darsi comunque che il prodotto finito(tv) migliori con opportuni aggiustamenti e montaggi. C’era molta attesa per questa Carmen, anche troppa. Motivo: la regìa affidata ad Emma Dante, al suo debutto con l’opera lirica. Si è parlato e scritto di coraggio, scommessa, azzardo… e chi più ne ha più ne metta. A spettacolo visto di iconoclasmo, anticonvenzionalità, per tacere d’altro… Per scandalizzarsi di fronte a questa Carmen bisogna essere del tutto digiuni di teatro lirico odierno e ignorare ciò che fanno abitualmente i vari Konwitschny, Guth, Pountney…: se Emma Dante è iconoclasta costoro che cosa sono? A me è parso che la Dante volesse forse in origine spingersi molto più in là, ma poi saggiamente e con onestà si sia limitata a una lettura molto personale, indubbiamente, ma non così eccessiva come i dissensi a lei indirizzati farebbero supporre. Forse avrebbe voluto una Carmen “siciliana”, ma deve essersi resa conto che la scelta l’avrebbe poi portata a fare i conti con un toreador, piuttosto inedito in Trinacria, nonché con contrabbandieri che inneggiano alla libertà della loro scelta di vita, il che cozza con quanto avviene nella sua terra, con seguidilla, manzanilla e roba che con il marsala e lo scacciapensieri poca affinità hanno. Meglio allora un Sud generico, che può essere Palermo e Siviglia allo stesso tempo. Un Sud oscuro, soffocante, quasi claustrofobico che diviene simbolo della oppressione e della convenzionalità. I simboli religiosi abbondano a iosa, ma è una religione ridotta a pratica esteriore, non liberatrice, quanto strumento di repressione. Alle donne (e non poteva essere altrimenti) sembra essere affidato il compito di farsi portatrici dell’ideologia dominante e di quella rivoluzionaria. Micaela, finalmente sottratta al clichè di insipida sempliciotta ammosciamascoli, rappresenta dignitosamente la donna integrata in quel tipo di società la cui unica possibilità di realizzazione è quella di essere moglie e madre. Carmen invece è portatrice di valori eversivi di libertà a cominciare dall’amore, dichiarato subito nell’habanera, che diviene qui una sorta di “manifesto”. Non c’è sexappeal in questa Carmen, ciò che attrae (e respinge) di lei è ciò che rappresenta. Gli uomini, con tanto di coppola e camicia bianca, la osservano interessati, ma si tengono a debita distanza. Don José è combattuto tra le due scelte e cede a Carmen, ma vorrebbe integrarla, facendone una sorta di Micaela, ossessionato come è dalla figura di mammà. Carmen si ribella e lo rifiuta, suo partner può essere solo Escamillo, il cui ruolo non sembra eccessivamente chiaro, ma appare in ogni caso un po’ un outsider rispetto agli altri. Carmen pagherà con la vita la sua scelta di libertà morendo per mano di José, combattuto, ma incapace di ribellarsi a una società opprimente. Questo è quanto mi pare di aver capito dallo spettacolo. Spettacolo che, a mio modesto avviso, è troppo ridondante: troppi simboli (non sempre decifrabili), troppi personaggi in scena (sempre affaccendati e non si capisce sempre bene in che cosa), troppo di tutto. Mi è parso come se la Dante alla prima prova lirica avesse voluto mettere tutto il suo mondo teatrale in uno spettacolo. Una maggiore sobrietà credo che avrebbe giovato a una migliore riuscita del tutto. La parte musicale segue coerentemente la scelta della regia, cosicché abbiamo una Carmen piuttosto lugubre, dai colori orchestrali volutamente spenti, dai ritmi quasi funerei: la morte, presente con varie simbologie sul palcoscenico, è palpabile anche nei suoni. Non ci sono dubbi sul destino che aspetta la ribelle Carmen, in certe società chi si rivolta contro un sistema di valori dominante non ha scampo. Tra i cantanti la vera rivelazione è Anita Rachvelishvili, venticinquenne georgiana dalla voce bellissima: all’aspetto sembrerebbe una sicula (e credo  che, voce a parte, ciò abbia influito sulla scelta, davvero azzeccata). Jonas Kaufmann non è nuovo al ruolo di José e ne ha dato stavolta una interpretazione intensa, quasi interiorizzata (il duetto finale, non urlato quasi sommesso, è un vero capolavoro). Meno convincente, vocalmente, mi è parsa la Micaela di Adriana Damato, indovinatissima però dal punto di vista scenico, almeno nel taglio interpretativo dato dalla Dante. Di Erwin Schrott (Escamillo) avevo in mente prove di gran lunga migliori. La bellissima Adriana Kučerová (Mercedes) era davvero sprecata in un ruolo minore, ma in questo contesto non c’era spazio per la bellezza, almeno intesa in senso esteriore. Per ultimo Daniel Barenboim, forse vero artefice della serata, a lui forse il merito principale della riuscita dello spettacolo, a lui giustamente i maggiori applausi. Un po’ esagerati i dissensi alla regia: se originavano dall’esigenza di uno spettacolo tradizionale, ormai nei maggiori teatri non c’è scampo. Almeno questo i dissenzienti dovrebbero saperlo per esperienza.

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