Archive for agosto 2010

“Il Turco in Italia” di Rossini (Genova, Carlo Felice, 2009) su Raitre

agosto 29, 2010

Una scena dell'opera al Carlo Felice

Ancora Rossini, stavolta il Turco in Italia, con cui si conclude la microministagione lirica di Raitre. Non credo che si piangerà, visto lo snervante e osceno modo con cui è stata diffusa, secondo quel nuovo format che, nelle intenzioni (ma siamo sicuri che dicano sul serio?), avrebbe dovuto avvicinare più pubblico alla grande musica. Accidenti: inizio all’una di notte (anzi anziché all’1:05, come previsto, alle 0:56, per fregare quelli che avevano programmato la registrazione), immagini dell’opera a mo’ di ripieno di sandwich, le cui fette sono due snervanti bande banche e gialle, sottotitoli bianchi su sfondo bianco (una delle bande), audio ai limiti dell’udibile….; insomma credo che ce ne sia a sufficienza per allontanare piuttosto gli appassionati.

Questa edizione dell’opera è stata ripresa al Carlo Felice di Genova lo scorso anno e anziché essere trasmessa, come etica vorrebbe, è stata immediatamente venduta all’Arthaus che ne ha fatto un Blue Ray.

Il maggiore interesse sta nell’allestimento che ripropone quello del ROF 1983 con le scene di Emanuele Luzzati (per ricordarlo a due anni dalla scomparsa) e i costumi di Santuzza Calì. Regia di Egisto Marcucci, ripresa da Elisabetta Courir. Allestimento decisamente bello da vedere (e avrebbe meritato ben altra trasmissione di questa, visto che le immagini sono il suo punto di forza). Dal punto di vista musicale le cose non sono allo stesso alto livello. Il cast è di tutto rispetto e raduna nomi celebri in campo rossiniano: da Simone Alaimo a Antonino Siragusa, da Bruno de Simone a Vincenzo Taormina, da Mirtó Papathanassiou a Antonella Nappa a Federico Lepre. Eppure l’insieme non sembra funzionare a dovere: forse la direzione di Jonathan Webb non è riuscita a omogeneizzare il tutto? Sta di fatto che questo dramma buffo non diverte per niente e la tv, che è implacabile (in teatro molte cose sfuggono), evidenzia che anche i cantanti sembrano annoiati e poco convinti di ciò che fanno in scena. Insomma si è passati dal Rossini sempre sopra le righe di alcuni anni fa a questo compunto, ricercato che per funzionare però avrebbe bisogno di un direttore in grado di gestirlo (Abbado, Chailly, Campanella…), ma che in mano ad altri, per quanto seri professionisti, rischia solo di precipitare nella noia (il massimo per un’opera buffa). Chi nella notte tra lunedì e martedì avesse preferito dormire ha ancora due giorni di tempo per vedere lo spettacolo su Raireplay in verylowdefinition, ma se si evita il full screen la cosa è più o meno accettabile (tra l’altro l’audio è persin migliore di quello della trasmissione, che è tutto dire).

István Kertész

agosto 28, 2010

István Kertész

Il nome di István Kertész rimane principalmente legato all’integrale sinfonica di Dvořák, realizzata negli anni 60 con la London Symphony, di cui era direttore principale. Forse oggi, in cui c’è inflazione di integrali, la cosa può stupire, ma più di 40 anni fa il mondo del disco era molto diverso e l’incisione di tutte le sinfonie del Compositore boemo fu quasi un avvenimento, anche perché le prime quattro erano praticamente sconosciute. L’interpretazione di Kertész è ancora oggi un punto di riferimento ineludibile e sono in molti a considerarla ancora come la migliore.

István Kertész era nato a Budapest il 28 agosto 1929. A 9 anni rimase orfano di padre, morto di appendicite. La madre, Margit Muresian, riuscì a mantenere la famiglia e a far compiere gli studi musicali al figlio. István studiò violino e pianoforte. Le persecuzioni antisemite costrinsero i Kertész a vivere nascosti (la maggior parte dei suoi parenti perì nei campi di sterminio). Dopo la guerra István si iscrisse all’Accademia di Musica di Budapest e studiò composizione con Zoltán Kodály e Leó Weiner, poi direzione d’orchestra col grande János Ferencsik e László Somogyi, un direttore che ebbe grande influenza su di lui assieme a Bruno Walter e Otto Klemperer, che all’epoca era direttore all’Opera di Budapest. Sposò il soprano Edith Gabry. Iniziò dirigendo a Györ e poi all’Opera di Budapest. Dopo il 1956 lasciò l’Ungheria e a Roma studiò con Fernando Previtali all’Accademia di S.Cecilia. In Germania conobbe i primi successi ed ebbe l’incarico di General Musik Direktor all’Opera di Augsburg, dove mise in luce le sue qualità di interprete mozartiano (l’influsso di Bruno Walter si faceva sentire), ma anche si rivelò ottimo conoscitore dell’opera italiana. Diresse al Festival di Salzburg e ormai la sua carriera era in piena ascesa. Ebbe un incarico all’Opera di Colonia e divenne direttore principale della London Symphony, succedendo a Pierre Monteux. È a questo periodo che risalgono le sue principali incisioni realizzate principalmente con la LSO. Incise anche con i Wiener Philharmoniker, avendo un contratto con la Decca.

István Kertész nel 1961

Collaborò a lungo con la Israel Philharmonic. Sarà proprio durante una tourné in Israele che morì tragicamente facendo il bagno al largo della costa di Herzliya il 16 aprile 1973 a soli 43 anni.

Lo vidi dirigere solo una volta, con l’Orchestra della Rai di Torino: il Requiem di Dvořák. Purtroppo uno sciopero degli orchestrali dimezzò la composizione che fu priva della seconda parte. Credo che fosse il 1971: non ci fu un’altra occasione.

“Il barbiere di Siviglia” di Rossini (Teatro alla Scala, 1999) su Raiuno

agosto 24, 2010

Nella notte tra domenica e lunedì è andata in onda la splendida edizione scaligera del 1999 de “Il barbiere di Siviglia” di Rossini. Spettacolo giustamente famoso che è sempre una vera gioia rivedere e riascoltare. Allestimento di ottimo gusto e grande finezza, affidato alla regìa di Alfredo Arias. Direzione d’orchestra raffinata e musicalissima di Riccardo Chailly.

Riccardo Chailly

Cast vocale di alto livello con Juan Diego Florez (Almaviva), Sonia Ganassi (Rosina), Roberto Frontali (Figaro), Alfonso Antoniozzi (Don Bartolo), Giorgio Surjan (Don Basilio), Massimiliano Gagliardo (Fiorello), Tiziana Tramonti (Berta), Ernesto Panariello (L’Ufficiale). Tutti riuscitissimi sia sul piano vocale che scenico, se comunque dovessi indicare un’eccellenza non avrei dubbi di sorta: Alfonso Antoniozzi, secondo me il miglior Don Bartolo possibile, in questa performance supera poi se stesso.

Alfonso Antoniozzi

Opera preceduta da una mezzoretta di talk a cura di Gigi Marzullo che ha coinvolto due dei cantanti dell’opera trasmessa (Gagliardo e Tramonti), esperti come Alberto Zedda, interpreti di oggi (la Comparato), musicologi come Enrico Girardi…: insomma un modo intelligente e produttivo di introdurre l’opera. Decisamente molto meglio (per restare in casa Rai) di ciò che fa Raitre che incornicia le immagini del video (mutilandone una parte e facendo scorrere didascalie, non sempre necessarie). Peccato che questo notturno marzulliano sia solo agostano: meriterebbe certamente una programmazione annuale (non dico tutte le settimane, ma almeno una volta al mese…..: è chiedere troppo?).

Gigi Marzullo

“La pietra del paragone” di Rossini (Paris, Châtelet, 2007) su 3sat

agosto 21, 2010

Una scena dal I atto de La pietra del paragone

Oggi, 21 agosto 2010, alle 20:15 andrà in onda sulla rete tedesca 3sat “La pietra del paragone” di Gioachino Rossini nell’allestimento andato in scena a Parigi nel 2007.

Si tratta di una coproduzione dello Châtelet e del Regio di Parma. Spettacolo di grande successo, immortalato subito da un DVD edito a due settimane dalla prima parigina. Punto di forza dello spettacolo l’originale allestimento curato da Giorgio Barberio Corsetti e da Pierrick Sorin. Il palcoscenico è diviso in due piani: quello su sfondo blu in cui agiscono i personaggi e un maxischermo in cui contemporaneamente essi appaiono sullo sfondo di una villa anni 60, proiezione virtuale di modellini. Ecco le parole del regista: “Il denaro è la pietra del paragone. Per provare che tutto è apparenza bisogna far scomparire il denaro, magari con l’abile messinscena architettata dal Conte, che si finge rovinato. Allora crollano tutte le altre finzioni. Con Pierrick Sorin volevamo ricreare il clima di sospensione che si  respira nell’opera. La pietra del paragone si svolge in un tempo sospeso, è una perenne vacanza. Così ci è sembrato interessante che anche le scene, gli oggetti partecipassero a questa condizione smaterializzata. Tutto si presta a un gioco di teatro molto scoperto, che abbiamo reso evidente con l’artificio dell’elettronica e della elaborazione delle immagini. Gli oggetti, i luoghi, gli ambienti, sono virtuali, tutto si svolge nel vuoto, nella scena blu  che  è pura virtualità. Il pubblico godrà di una visione multipla. Assiste al montaggio di una realtà virtuale ma ne ha sotto gli occhi il processo che la definisce. Sono i modellini a creare spazi ed oggetti, i personaggi si muovono nel nulla delle loro aspirazioni e sentimenti. L’interazione fra i vari cantanti sulla scena, la ritroviamo poi nella pura virtualità dello schermo. Ecco che attraverso l’artificio video i personaggi si muovono nel loro nulla colorato di blu”.

Una scena dall'atto I

Cast vocale notevolissimo in cui svetta Sonia Prina nella parte di Clarice.

Sonia Prina

Accanto a lei, forse meno convincente, l’Asdrubale di François Lis. Ottimo il Giocondo di José Manuel Zapata.

José Manuel Zapata

Godevolissimi Joan Martin Royo (Macrobio) e Christian Senn (Pacuvio). Jennifer Holloway e Laura Giordano impersonano efficacemente Aspasia e Fulvia. Filippo Polinelli (Fabrizio) completa il cast.

Nella buca l’Ensemble Matheus diretto da Jean Christophe Spinosi.

Jean Christophe Spinosi ©Didié Olivré

Fa un po’ sorridere che mentre in scena si escogita il massimo della tecnologia attuale per proiettare nella contemporaneità l’opera, nella buca si viaggi a ritroso nel tempo e si cerchi a tutti i costi di riprodurre il sound e lo stile del 1812. Il Coro del Teatro Regio di Parma dà il suo ottimo contributo alla riuscita dello spettacolo.

“Medea” di Cherubini (Regio di Torino, 2008) su Raitre

agosto 18, 2010

Approda finalmente in tv la Medea che inaugurò la stagione 2008/09 del Regio di Torino e che fu ripresa dalla Rai e diffusa in un cinema di Torino per i pochi fortunati che riuscirono ad arrivar primi al biglietto omaggio. Se non ricordo male la Rai sul TG regionale si vantò sia di tale iniziativa nel cinema sia del fatto che tutta la stagione del Regio sarebbe stata ripresa dalla tv. Sono trascorsi 22 mesi perché i telespettatori (tra cui il 60% che finanzia col canone l’azienda, senza evaderlo) potessero finalmente godere della trasmissione (pochi forse anche in questo caso: metà Agosto e in piena notte!). Godimento rovinato (a mio avviso) dalla sciagurata idea di inserire le immagini tra due bande orizzontali (bianche e gialle come i colori del Vaticano) che, oltre a essere brutte, tolgono parte dell’immagine. È il nuovo format de La musica di Raitre: roba da matti! È vero che alla Rai con i “Vade retro classica!” decretati da chi è convinto di saper tutto di televisione hanno perso la mano a trasmettere questo genere, ma potrebbero almeno copiare dalle tv straniere dove sanno fare televisione anche con lirica e sinfonica e si guardan bene dal fare queste scempiaggini.

Anna Caterina Antonacci in Medea (Ph.Ramella e Giannese per Teatro Regio)

Era la prima volta che Medea di Cherubini veniva rappresentata a Torino. Si scelse la versione italiana con i recitativi musicati da Lachner, secondo tradizione. Per rappresentar Medea ci vuole una grande (anzi grandissima) protagonista: Anna Caterina Antonacci è stata sicuramente tale. Intensa, drammatica, musicale e, devo dirlo, gran bella donna (il che va sempre bene!). Aveva già cantato il ruolo a Tolosa, Parigi, Epidauro. È convinta della validità (e opportunità) della versione Zangarini-Lachner come dichiarò in una intervista alla Stampa: «Questa versione non sarà originale, ma lo è diventata. La tradizione e la storia contano. La versione francese è ridondante, verbosa, eccessiva. E se fai anche i parlati o tagli o scritturi quattro primedonne». Accanto a lei un validissimo cast. Citerei per prima la Neris di Sara Mingardo, splendida nell’aria con fagotto obbligato del secondo atto. Notevoli Giuseppe Filianoti (Giasone) e Giovanni Battista Parodi (Creonte). Brava la Glauce di Cinzia Forte. Evelino Pidò ha impresso vigore e chiaroscuri alla sua efficace direzione orchestrale. Eccellente come sempre il Coro, istruito da Roberto Gabbiani. Ho lasciato per ultimo Hugo De Ana, curatore di regia, scene e costumi. Inevitabile (come d’uso odierno) lo spostamento in epoca contemporanea (si direbbero anni 20 del Novecento): tributo ormai da pagare nelle grandi istituzioni, pena altrimenti la condanna dei critici snob. Per fortuna De Ana si limita a ciò e non va oltre. Secondo me è tutto gratuito e l’unica giustificazione potrebbe essere un eventuale risparmio nei costumi. Buona la ripresa tv di Paola Longobardo.