LA TRAVIATA da Aix-en-Provence su Arté

Scena da Traviata a Aix-en-Provence

Stasera alle 22:15 sarà replicata su Arté La Traviata che andò in scena al Festival di Aix-en-Provence nel luglio 2011 e che la rete già trasmise in diretta tv il 16 luglio 2011. Fu il debutto europeo di Natalie Dessay nel ruolo di Violetta. Una recensione dello spettacolo:

http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/aix-en-provence-th%C3%A9%C3%A2tre-de-larchev%C3%AAch%C3%A9-la-traviata

Ecco quanto scrive Elvio Giudici recensendo il DVD su Classic Voice:

Ci s’aspettava pirotecnie da fuochi d’artificio al prim’atto, e progressiva ritirata in buon’ordine nei successivi. Invece no, avrebbe equivalso a una rinuncia al dato teatrale: cosa inconcepibile, per artista di tal fatta. Niente di riprovevole, dunque, all’inizio (linea sottile ma flessibilissima nel flettersi in una nervosità febbricitante tutta sorrisi tirati verso la smorfia dolorosa), ma neppure di trascendentale. E in scena, la regia di Jean-François Sivadier mostra un gran direttore d’attori che imposta uno spettacolo in divenire, teatro nel teatro con gli attori coinvolti nella recita che diventa progressivamente realtà e via secondo un antico copione, anch’esso non riprovevole – anche perché fatto molto bene – ma anche niente di che nella sua sostanza. Col supporto della direzione piuttosto buona (peccato solo tutti i soliti tagli da veterolirica) di Louis Langrée alla testa dell’eccellente London Symphony adesso in forza fissa al festival; dell’Alfredo di Charles Castronovo, che pena un po’ lassù ma riesce molto espressivo recitando per giunta molto bene; del Germont di Ludovic Tézier, fiore all’occhiello dei francesi che personalmente trovo ruvido, sgarbato, duro come un sasso e inespressivo del pari. 
Il second’atto, ambientandosi in Provenza, vien fatto svolgere davanti a grandi – e splendide – tele impressionistiche, in una pressoché totale nudità d’oggettistica. E appena rientra, questa Violetta è letteralmente un’altra. Più matura, infinitamente più vulnerabile. La linea vocale s’assottiglia in fili evanescenti eppure luminosissimi, pieni di luce, intrisi di disperazione via via più impotente, lacrime e sorrisi inzuppano un “Dite alla giovane” lacerante, una cupezza quasi rauca serpeggia in un “Morrò, la mia memoria” che nel sussurro urla di rabbia e la maschera tragica da cui proviene sembra dipinta da Munch. Nella festa da Flora, l’attacco immateriale eppure di squassante intensità di “Alfredo Alfredo” è qualcosa di cui sinceramente non avevo memoria. Ma ancora poco per quello che succede al terz’atto. 
Al termine della festa, Violetta resta al proscenio, riversa. Nel silenzio più assoluto, lentissima, si mette seduta. Sempre lentissima, e sempre nel silenzio, si toglie prima uno stivale, poi l’altro: e infine si tira pesantemente su. Resta immobile a lungo, poi – e qui principia il preludio – comincia a fare qualche passo barcollante verso Annina che è comparsa sulla sinistra (a proposito: è Adelina Scarabelli, quasi irriconoscibile nella sua opulenza rispetto al grissino che era, ma d’una bravura scenica da reggere il confronto con questra Violetta. Inutile aggiungere altro), e che l’accoglie tra le braccia. Restano immobili entrambe. Poi, piano piano, lei si toglie la grande parrucca bionda tutta ricci. Si siede su una delle tre sedie che stanno al proscenio, e Annina comincia a levarle il trucco dalla faccia. E lei è vecchia. Vecchia: gli occhi immobili e fissi, da cui scendono due lacrime mentre la bocca si piega non sai se in un sorriso o una smorfia, appoggiata sullo schienale, i capelli corti appiccicati alla nuca, gli occhi spaventosamente fissi in avanti. Vecchia. Ma come ha fatto? Perché non è questione di truccatura particolare o di make up: è proprio tutta la figura, che emana vecchiaia, disfacimento, senso di morte. Alita “Annina?”: e c’è già tutto, tre note riassumono l’intero momento e preparano il prosieguo. “Religïon è sollievo ai sofferenti”: Annina si fa il segno della croce, ma lei sorride con un’incredulità amara che ti divide il cuore in due. “Addio del passato” diventa una delle pietre miliari del teatro moderno, fin dalla lettera scorsa con gli occhiali da vista in mano, la voce che compita lenta, lentissima, quasi fosse incapace di distinguere le cifre, quasi da chi non sappia più neppure leggere. E quel filo di voce tesissimo: una lama di coltello nel silenzio della notte, appeso nell’aria, dolce e straziante, che s’ispessisce e subito trascolora, espandendosi in un volo smozzicato, come facendosi largo tra ricordi amari evocatile dal vestito azzurro dell’inizio che stringe e butta via, verso quella “croce” e quella “fossa” che realmente prendono corpo attorno a lei. E quando invita Alfredo a “prendere l’immagine dei suoi passati giorni”, sollevandogli una mano tra le sue e passandosela lungo tutto il viso, sfilandosi poi un anello e dandoglielo perché “porga quest’effigie” alla pudica vergine che sposerà, mentre la voce si carica di struggimento delicato, sorridente, già lontanissimo: se nel pubblico c’è un ragazzino di dieci anni che guarda, sicuro come l’oro che riceve una folgorazione tipo caduta da cavallo di San Paolo. È così che il teatro va avanti. E chissene, dei vecchi arnesi sfrigolanti da mettere sul fonografo a tromba tra turibolar d’incensi muffiti.

Advertisements

Tag: , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: