EVGENIJ ONEGIN di Ciaikovskij al Teatro Regio di Torino

Svetla Vassileva nel ruolo di Tatjana al regio di Torino ©Ramella & Giannese

Svetla Vassileva nel ruolo di Tatjana al Regio di Torino ©Ramella & Giannese

Il sipario si alza e nel silenzio appare Tatjana che legge una lettera, quella di Onegin, la spiegazza e butta per terra (dove resterà per tutta la prima parte), appare anche Onegin, quindi inizia il preludio. Parte dalla fine questo Onegin firmato Kasper Holten, come viaggio nella memoria, nell’inconscio, dei due protagonisti. L’opera è divisa in due parti (anziché i tre atti dell’originale): nella prima (le prime quattro scene) è il percorso di Tatjana, nella seconda, che inizia con la scena del duello, è il percorso di Onegin. In questo “viaggio” i due rivedono se stessi (impersonati da mimi), ciò che erano e che avrebbero potuto essere, il presente in rapporto col passato. Una presa di coscienza della propria infelicità, una incapacità di mutare il corso degli eventi. “Nyet, nyet! proshlovo ne vorotit!” (No, no! Non torna il passato) canta Tatjana nel duetto finale. Ed entrambi: “Schchastye bilo tak vozmozhno,Tak blizko! Tak blizko!” (La felicità era cosa possibile, così vicina così vicina!). [Si vedono i mimi che abbracciati procedono amorosi: un sogno ormai, anzi forse un incubo]. Lo spettacolo procede come viaggio nella memoria, lasciando poco spazio alla scena, ridotta a una parete con quattro porte che di volta in volta si aprono o chiudono lasciando intravvedere le distese di grano della prima scena

I scena dell'Onegin al Regio di Torino © Ramella  & Giannese

I scena dell’Onegin al Regio di Torino © Ramella & Giannese

o il paesaggio nevoso del duello.

V scena dell'Onegin al Regio © ramella e Giannese

V scena dell’Onegin al Regio © Ramella e Giannese

Lettura interessante questa di Holten, c’è da chiedersi se l’opera di Ciaikovskij sia questo. Anche… Rimangono forse sacrificati in questa visione alcuni elementi importanti, che emergevano meglio in altri spettacoli. Composta dopo l’inevitabile fallimento del suo matrimonio, l’opera è un inno alla impossibilità di realizzare l’amore all’interno delle istituzioni. Già dalla prima scena Larina e Fillippevna cantano ricordando i loro matrimoni: “Privichka svishe nam dana,zamyena shchastiyu ona.Da, tak-to tak!Privichka svishe nam dana,zamyena shchastiyu ona.” (L’abitudine ci è donata dal cielo in luogo della felicità). E Filippevna rivela a Tatjana che le chiede se mai fu innamorata : “V nashi lyeta mi ne slikhali pro lyubov, a to pokoinitsa svekrov menya bi sognala so svyeta” (Ai nostri tempi non conoscevamo l’amore, e poi la mia defunta suocera mi avrebbe ammazzata). E Onegin così risponde alla confessione epistolare di Tatjana: “Ya skolko ni lyubil bi vas, priviknuv, razlyublyu totchas. Sudite zh vi, kakiye rozi nam zagotovil Gimenyei, i, mozhet bit, na mnogo dnyei!” (Per grande che fosse il mio amore, l’abitudine subito lo cancellerebbe, giudicate voi quali rose ci preparerebbe Imeneo e non per molto tempo). Onegin proverà amore per Tatjana e glielo confesserà quando ormai questo amore non è più possibile all’interno del matrimonio e non forse non più realizzabile, perché lei è ormai moglie fedele e presumibilmente annoiata di Gremin. Le dame alla festa cantano le “gioie” coniugali così: “Nu uzh vesyelye, dyen tseli letayut Po dyebryam, polyanam, bolotam, kustam! Ustanut, zalyagut, i vsyo odikhayut, i vot razvlechenye dlya byednikh vsyekh dam!” (Bel divertimento! Tutto il giorno (i mariti) volano per boschi, radure, paludi e cespugli, e poi esausti se ne vanno a letto a dormire! davvero un bel divertimento per noi povere signore!). E gli esempi potrebbero continuare… Mi è parso che la rilettura di Holten, per quanto suggestiva, sia piuttosto riduttiva e, per assurdo, mi sembra che Ciaikovskij nella sua visione pessimista sia più moderno e contemporaneo di Holten, che riduce il tutto a un rimpianto per le scelte fatte e per la felicità perduta. Nell’Onegin di Ciaikovskij non c’è alcuna possibilità di essere felici e nell’opera nessuno lo è, “Il cielo dona l’abitudine in cambio della felicità”.

Ultima scena dell'opera: Tatjana e Onegin e i loro doppi © Ramella & Giannese

Ultima scena dell’opera: Tatjana e Onegin e i loro doppi © Ramella & Giannese

Dal punto di vista musicale inizio con l’evidenziare l’ottima direzione di Gianandrea Noseda, che ha impresso all’opera la giusta dimensione intimista in coerenza con lo spettacolo e un colore volutamente spento in coerenza con Ciaikovskij. In più ha creato un perfetto equilibrio tra buca e palcoscenico non sovrastando mai le voci. Buona la compagnia di canto: con una Svetla Vassileva perfettamente in parte.

Svetla Vassileva nella scena della lettera © Ramella & Giannese

Svetla Vassileva nella scena della lettera © Ramella & Giannese

Efficace la Olga di Nino Surguladze, ottima la Larina di Marie McLaughlin, notevole la Filippevna di Elena Sommer.

La McLaughlin, la Sommer, la Surguladze e la Vassileva nell'Onegin © Ramella e Giannese

La McLaughlin, la Sommer, la Surguladze e la Vassileva nell’Onegin © Ramella e Giannese

Tra gli uomini: Vasilij Ladjuk è stato un Evgenij dalla voce giovanile (d’altronde il personaggio ha vent’anni nelle prime 5 scene e ventisei nelle ultime due), mi è sembrato più efficace nella seconda parte. Maksim Aksenov è un Lenskij dalla voce ricca di slancio, mi sarebbe piaciuta una maggiore delicatezza e qualche nuance. Ottimo il Gremin di Aleksandr Vinogradov.

Ladjuk, la vassileva, Vinogradov e disteso a terra Aksenov nell'Onegin al Regio © Ramella & Giannese

Ladjuk, la Vassileva, Vinogradov e disteso a terra Aksenov nell’Onegin al Regio © Ramella & Giannese

Eccellenti i comprimari e il coro. L’Orchestra conferma il livello notevole raggiunto sotto la guida di Noseda. Stranamente si è scelta la versione rivista dall’Autore con la “scozzese” come ai vecchi tempi, anziché la versione prima per il Teatro Malyi, come ormai si preferisce oggi.

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