Nicola Campogrande nuovo direttore artistico di MiTo Settembre Musica

Come segnalato da Alberto, ieri La Stampa ha comunicato la designazione di Nicola Campogrande a direttore artistico di MiTo Settembre Musica. Alberto Mattioli lo ha intervistato e riporto l’articolo:

 

“Il mio MiTo punterà sui giovani e sulle emozioni irripetibili”

Il compositore Nicola Campogrande scelto per rilanciare la rassegna “Un festival o è unico o non è: voglio solo artisti disposti a dialogare con noi”

Alberto Mattioli

«Il mio progetto? C’è ma non lo dico. Questione di correttezza: prima, due sindaci devono approvarlo». Dopo che l’avranno fatto, Nicola Campogrande sarà il nuovo direttore artistico di MiTo. Il festival duale ha bisogno, più che di rilanciarsi, di ripensarsi. Campogrande, compositore, 46 anni, sembra la persona adatta. Le sue idee si possono condividere o no; ma è innegabile che siano chiare.

Campogrande, cosa dev’essere un festival musicale?
«Secondo me, un festival è tale perché si differenzia dalla quotidianità. Si va a un festival per ascoltare quello che altrove non si ascolterebbe. Non ha senso rilanciare continuamente sulla quantità. Bisogna puntare sulla qualità, intesa come invenzione, novità, straordinarietà. Specie per una città come Torino che è la capitale musicale italiana, con un’offerta abbondantissima. Tendendo presente che oggi l’ascolto della musica classica è cambiato».
Come?
«La musica, d’accordo, è più o meno la solita. Il modo con cui ci si arriva, no. Penso alla nuova Philharmonie di Parigi, con la sua scommessa di portare la classica fuori dal centro della città e far partecipare la gente alla musica. Il pubblico dev’essere coinvolto in ogni forma possibile. Per esempio, lì hanno eseguito il mio Trois languages imaginaires, un pezzo per pubblico e orchestra dove agli spettatori è chiesto di interagire con gli esecutori».
Gli assessori di Mi e di To le accreditano «una forte capacità di attrarre nuovo pubblico con particolare attenzione per giovani e bambini». Come?
«È difficile, ma si può fare. I bambini devono sviluppare una sensibilità verso la musica classica, perché li renderà più ricchi per tutta la vita. E i giovani hanno bisogno di strade specifiche per arrivarci. In entrambi i casi, non bisogna né trasformare i concerti in lezioni né semplificare il discorso musicale. Bisogna invece moltiplicare l’emozione. Non è facile. Da compositore, trovo che scrivere per i bambini sia molto più difficile che farlo per gli adulti».
Forse inevitabilmente, i cartelloni di MiTo sono un po’ fatti con quel che passa il mercato delle tournée…
«Il concerto “di giro” non m’interessa. Penso che sia meglio rinunciare a degli artisti, magari anche bravissimi ma prevedibili, se non sono disposti a dialogare con MiTo. Lo ripeto: un festival o è unico o non è».
Resta il fatto che le risorse diminuiscono sempre.
«Non mi spaventa: è uno stimolo per la fantasia di chi deve utilizzarle al meglio, anche se spero che quel che dico non diventi un pretesto per ridurle ancora. Però le due amministrazioni garantiscono che cercheranno di aumentarle, e in ogni caso di non tagliare più. Io mi fido». © La Stampa

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