“Carmen” di Bizet al Teatro San Carlo di Napoli

Premetto che l’ho vista e ascoltata in diretta tv, per cui quanto scrivo è condizionato dalla ripresa video/audio della Rai.

Ultimo atto con Brian Jagde e Maria José Montiel

Lo spettacolo mi è parso muoversi tutto sommato nel solco della “tradizione”, salvo il minimalismo scenografico, in obbedienza alle mode attuali e ai bilanci deficitari, la atemporalità e alcune “trovate” di cui mi sfugge il significato, ma forse non ne hanno alcuno. Effetti di luci e ombre surrogavano alla povertà scenografica. Inoltre i colori connotavano ogni atto: il giallo per il primo atto, il bianco per il secondo, il nero per il terzo, il rosso per il quarto. Il preludio e gli interludi erano “illustrati” con filmati di scene di vita partenopea: non mi è chiaro se il Regista volesse creare un parallelo tra la mediterraneità di Napoli e quella dell’opera, in tal caso non mi pare che la cosa sia ben riuscita. Alcuni mimi nerovestiti, in contrasto cromatico con il resto, si aggiravano con dei neon che forse vorrebbero avere un significato (il destino? boh…) solo che non è chiaro, almeno a me.

L’habanera con i mimi al neon 

Tornano i tubi al neon anche nella scena delle carte del terzo atto.

Terzo atto: le carte

A Micaela invece solo lampade a incandescenza, dopo l’aria del terzo atto. A parte ciò, una “lettura” tradizionale senza innovazioni: quindi nessun José sul letto dello psicanalista a rivivere i suoi conflitti e via dicendo.

Entrata di Escamillo nel secondo atto

La parte musicale godeva della direzione di Zubin Mehta che inossidabile a 79 anni e passa è riuscito persino a rendere musicalmente più gradevole l’Inno nazionale  (il che è da miracolo) eseguito prima dell’opera in ossequio al Palco Reale. Opera eseguita nella forma originale di opéra-comique con i parlati, quindi niente edizione Guiraud o, come spessissimo avviene, discutibili misture tra le due. Nel cast ho apprezzato le due protagoniste femminili: Maria José Montiel (Carmen) ed Eleonora Buratto (Micaela), un po’ meno il versante maschile: Brian Jagde (José) e Kostas Smoriginas (Escamillo). Devo però precisare che una microfonazione ravvicinatissima non rende attendibili le valutazioni in merito, bisogna consultare chi era in sala. Applausi calorosi del pubblico soprattutto alla Buratto, un po’ meno alla Montiel, di cortesia agli altri, ovazioni meritate a Zubin Mehta, dissensi con molti buu alla regia.

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11 Risposte to ““Carmen” di Bizet al Teatro San Carlo di Napoli”

  1. CARMEN di Bizet in diretta su Rai 5 dal San Carlo di Napoli | Wanderer's Blog Says:

    […] https://musicofilia.wordpress.com/2015/12/14/carmen-di-bizet-al-teatro-san-carlo-di-napoli/ […]

  2. Franco Says:

    Anche a me è sfuggita la tesi del regista, soprattutto in quei tubi al neon che, alla prima uscita con le sigaraie, avevo scambiato nella mia ingenuità per sigarette. Invece pare fossero un richiamo al teatro Kabuki con i servi di scena che spostano oggetti … Certo che il salto Siviglia Napoli Giappone è un po’ azzardato !

  3. andrea Says:

    Carmen deludente soprattutto dal punto di vista della pochezza della regia. Assolutamente ridicoli i mimi – che a me sembravano ora Ninja che brandivano spade luminose ora monaci buddisti che spargevano petali di rosa – sostituibili con effetti un po’ più ricercati come laser o occhi di bue. I cantanti mi son sembrati abbandonati a loro stessi su un palco vuoto e i movimenti in scena non mi son sembrati pensati secondo il ritmo e i tempi musicali. Il giudizio del pubblico – quello della prima del San Carlo mi è sembrato più preparato di quello della prima della Scala – è stato molto chiaro fin dall’inizio e condivido i fischi alla regia e gli applausi a Micaela e don Josè (i migliori in scena). Metha grandissimo, anche nella esecuzione dell’inno di Mameli (che non ha usato l’orchestra come una banda come ha fatto un suo collega al Nord…). Uno spettacolo noioso, a tratti ridicolo. Si salva un quarto atto intenso, ma il merito è più di Bizet che di Finzi Pasca. Dato che esiste anche una regia televisiva e quindi uno sforzo di denaro pubblico diciamolo che vorremmo delle regie televisive più attente e competenti, meno superficiali, che non trattino le ouverture come delle sigle di sottofondo per riprese quasi dilettantistiche a scopo promo-turistico. Se esiste una regia televisiva di uno spettacolo teatrale, questa deve essere in grado di rendere al meglio, di dare un valore e di essere coordinata con la direzione musicale e la regia dell’opera. Comunque grazie RAI5, apprezziamo l’impegno. Attendiamo di meglio. Da tutti i punti di vista.

  4. Roberto Mastrosimone Says:

    In verità non ho capito se le riprese di scene di vita partenopea fossero una trovata esclusivamente televisiva o se fossero visibili anche in teatro. Nel primo caso sarebbero censurabili, nel secondo… boh?

  5. Marco Says:

    Purtroppo sono riuscito seguire l’opera solo dall’aria delle carte in poi ma, per quanto ho visto, concordo totalmente con quanto hai scritto Roberto. E’ soprattutto in occasione di riprese televisive come queste (non ho d’altra parte la possibilità di seguire di persona la vivace vita musicale torinese) che ho l’opportunità di riscontrare l’appropriatezza di un approccio – il tuo – che dovrebbe sempre contraddistinguere il modo di commentare opere e concerti quando, come in questo caso, si dispone dell’ascolto radiofonico o televisivo. Recentemente, ad esempio, mi è capitato di polemizzare con un famoso conduttore radiofonico che, su un’apposita pagina Facebook, si diletta a commentare in diretta con un certo numero di “adepti” (in modo invero un po’ compulsivo) le riprese radiofoniche delle opere. Alcune sere fa, ad esempio, trasmettevano la prima del Rigoletto dal Maggio Musicale con una qualità audio a dir poco imbarazzante (tipo citofono) che raramente mi era capitato di sentire. Ebbene, nonostante tutto, nessuno tra i numerosi partecipanti a questi commenti “live” come si usa dire ha speso la ben che minima parola per la penosa qualità di trasmissione… Piuttosto, ci si prodigava in ingenerosi e apodittici giudizi sugli interpreti laddove il semplice buon senso – che in questi casi vale molto della millantata “competenza” dei “vociomani” – avrebbe suggerito toni quantomeno più sobri. C’erano alcuni, ad esempio, che osservavano “l’eccessivo volume dell’orchestra” definita addirittura “caciarona”. Ora, a parte il fatto che la regia audio è sempre una scelta che, in quanto tale, altera inevitabilmente un certo equilibrio (a partire dalla regolazione dei canali o anche dal solo posizionamento dei microfoni) mi ero limitato semplicemente ad osservare, in quel caso, che chi conosca un minimo il nuovo teatro fiorentino sa che, nonostante la buonissima acustica (nemmeno paragonabile a quella sorda del vecchio comunale) sussistono notevoli problemi, purtroppo ancora non risolti, determinati da una buca orchestrale enorme (nonostante sia regolabile in altezza) e da una profondità del palcoscenico altrettanto evidente che spesso complica, e non di poco, la gestione degli equilibri di suono in sala. Questo già a cose normali… Figuriamoci poi quali possano essere le possibilità di valutazione quando a pregiudicare il tutto ci si mette anche una pessima qualità di trasmissione radiofonica. Ma tant’è: si parla (anzi: si straparla). E allora ciò che sembrerebbe ovvio nelle tue premesse, Roberto, evidentemente non lo è proprio sempre. Ecco perché leggo con molto interesse i tuoi commenti: è inutile proporsi in qualità di tecnici, o di improbabili custodi di una memoria storica… Se poi non c’è equilibrio, inteso principalmente come appropriatezza di approccio.
    Qualche parola su Mehta. Si sarà forse apprezzata anche in tv l’energia (e la classe!) che animano ancora il quasi ottuagenario direttore indo-israelo-american-fiorentino (ma con il cuore anche un po’ viennese). Il pubblico toscano, in questo momento, gli sta tributando tutto il suo affetto in occasione delle repliche del Rigoletto (ben sette) pressoché tutte esaurite. Sta facendo tutti i giorni la spola tra Firenze (dove sabato prossimo lo attendiamo tra l’altro per la Nona di Bruckner) e Napoli, che lo vuole ingaggiare in pianta stabile. E lo credo bene: sotto la sua bacchetta l’orchestra partenopea sembra suonare in un modo diverso. L’attuale sovrintendente del Maggio avrebbe già scelto un nuovo direttore, più giovane (dopo Gatti, partito per lidi olandesi, si parla adesso di Fabio Luisi) … Si vorrebbe così, dal 2017, ridimensionare Mehta al suo ruolo di direttore onorario a vita (ma sappiamo bene come questo conti ben poco, vedere Muti a Roma). L’orchestra del Maggio ha protestato, dichiarando la propria fedeltà a Mehta, ma pare chi i giochi siano fatti. Il sindaco dissente dal sovrintendente e vuole Mehta anche dopo il 2017. C’è, nel capoluogo toscano, molto nervosismo a riguardo. Su tutto, come al solito, pare di intravedere ragioni eminentemente politiche e non artistiche.

  6. Roberto Mastrosimone Says:

    Grazie, Marco, per l’interesse e la stima.
    Purtroppo mi è già capitato di verificare altre volte che la ripresa audio dal San Carlo è molto amplificata (era percepibile ne “I masnadieri”) sia nelle voci che nell’orchestra, fortunatamente c’era stavolta almeno un po’ di bilanciamento fra le due componenti. Nel primo e secondo atto l’amplificazione era maggiore, dal terzo un po’ di meno: comunque ogni giudizio sui cantanti in tal modo diviene un azzardo. Non avviene solo in casa Rai: la ripresa audio dell’Aida trasmessa in diretta dalla Scala da Servus TV e da Unitel lo scorso inverno era inascoltabile…

  7. Bruno Says:

    Gentile signor Mastrosimone, conoscendo bene per esperienza la sua competenza e il suo equilibrio, vorrei soltanto chiedere il suo parere sulla mancanza di discrezione dei presentatori, che per tutta la serata hanno commentato commentato stracommentato tutto il commentabile (e non solo), compreso il passaggio di Mehta attraverso l’orchestra all’inizio della seconda parte, e perfino il suo inchino al pubblico, cioè a un paio di secondi dall’inizio della musica. Sono intervenuti addirittura nei pochi momenti del cambio scena, in quello che sarebbe l’intervallo fra gli atti terzo e quarto, col risultato che la voce di lui si è sovrapposta per un momento alla prima battuta del quarto atto. Mi piacerebbe sapere come farà la RAI a preparare un’edizione ripulita, da ritrasmettere in futuro, se non giusto rifacendo la registrazione in una delle prossime repliche!

  8. Roberto Mastrosimone Says:

    Gent. Sig. Bruno, sono d’accordo con Lei. Fino a qualche tempo fa provvedeva il M° dall’Ongaro a supplire la mancanza di conduttori specializzati nel campo, poi la di lui nomina all’Accademia di S.Cecilia ha impedito questo apporto. Fino a due mesi fa erano ricorsi a Maria Concetta Mattei che mi era sembrata molto professionale. Ora hanno scelto questa coppia forse ritenendola più adatta ad attrarre un pubblico più giovane. Sono giovanissimi, carini da vedere, hanno familiarità con i social network imperanti ormai su tutto ecc. Se alla Scala se l’erano cavata discretamente bene, ieri sera un po’ meno. Il commento, se tale lo si vuol definire, che ha coperto le prime note dell’Aragonaise è imperdonabile: lo so nelle dirette può capitare, ma nelle tv straniere riescono a stare nei tempi. Giovedì ci sarà un’altra diretta da Torino: la Messa in si minore di Bach; ma lì la RAI gioca in casa e a dettare i tempi è la ripresa tv, non viceversa, quindi andrà meglio.

  9. andrea Says:

    Per la cronaca, uno dei due “ggiovini” commentatori è Matthieu Mantanus, pianista, compositore e direttore d’orchestra. Nato a Losanna ma ha studiato a Roma con Bruno Aprea, Giuseppe Sinopoli… Non conosco le sue capacità artistiche. Certamente come conduttore televisivo deve fare ancora un po’ di gavetta…

  10. Roberto Mastrosimone Says:

    L’hanno inserito come esperto. Suppongo che la scelta sia stata fatta tenendo conto del fatto che ha fondato “Jeans Music”, comunque non ho una conoscenza diretta di Mantanus direttore.

  11. Giorgio Says:

    Uno spettacolo orrendo, diciamola tutta. Era la regia di “Carmen”, sarebbe potuta essere di qualsiasi altra opera, E poi, se la star del podio deve venire qui ad incastrare la prima del San Carlo tra un “Rigoletto” (scadente) e l’altro, per regalare (si fa per dire) una rilettura di assoluta (per quanto buona) routine, se ne può fare a meno. Velo pietoso doppia altezza per almeno un paio di protagonisti vocali. Se il buongiorno si vede dal mattino…

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