Archive for the ‘Stagione lirica 09/10 al Teatro Superga di Nichelino’ Category

“Cavalleria Rusticana” e “Pagliacci” chiudono la stagione d’opera al Teatro Superga

maggio 10, 2010

Una chiusura di stagione davvero in grande, con due allestimenti curatissimi sotto ogni profilo. Cavalleria Rusticana e Pagliacci tornano a far coppia, dopo le separazioni e i divorzi che tante direzioni artistiche hanno operato costruendo in cambio connubi spesso stridenti e incongrui. Il Teatro Superga per coronare la conclusione della sua nona stagione lirica ha messo su due cast ragguardevoli, dando vita a due spettacoli che hanno giustamente entusiasmato il pubblico. Nella vita del teatro ci sono serate fortunate (anche se più che alla fortuna i risultati sono dovuti all’impegno e alla bravura di chi vi concorre) e quella di Sabato 8 Maggio di certo lo è stata per Nichelino. Spettacoli tradizionali con una regìa (di Guido Zamara) curatissima fin nei minimi dettagli: tanto buon gusto e nessuna banalità. Il Coro Puccini di Torino, diretto da Gianluca Fasano, che ha avuto una assidua collaborazione col Teatro, si è davvero coperto di gloria, dando prove magistrali in entrambe le opere. Claudio Maria Micheli, a capo dell’Orchestra che porta il nome del Teatro Superga, ha dimostrato che un bravo direttore d’opera sa come superare i problemi acustici dell’ambiente in cui agisce e che l’assenza di buca è spesso solo un alibi per colleghi meno attenti. In altri termini stavolta le voci sono state perfettamente percettibili da ogni parte della sala. Va comunque detto che si trattava di voci davvero eccellenti di interpreti che non si sono affatto risparmiati e hanno dato il meglio di sé.

In Cavalleria Rusticana Nila Masala è stata una Santuzza piena di temperamento, con una presenza scenica da grandissima interprete. Accanto a lei l’ottimo Turiddu di Young Hoon Shin, tenore coreano di prestigioso curriculum. Alfio era Ettore Nova, già applaudito come Don Pasquale, che ha dimostrato la sua poliedricità di interprete. Maria Vittoria Paba (Lola), che in questa stagione ha già collaborato in vari spettacoli, ha confermato la sua bravura. Elisa Bartoli ha impersonato efficacemente Mamma Lucia.

In Pagliacci un protagonista d’eccezione: Renzo Zulian, che di certo non  ha bisogno di presentazioni. Un Canio perfetto: intenso, commovente, con una voce che non fa rimpiangere veramente nessuno. È stato davvero un piacere poter rivedere e riascoltare Sandra Balducci (Nedda), che aveva aperto la stagione con una indimenticabile Violetta in Traviata. Anche questa volta un’interpretazione magistrale, che conferma la preparazione di un soprano che sicuramente raggiungerà alti traguardi. Ogni volta che ascolto Sergio Bologna (Silvio, ma anche il Prologo) non riesco a fare a meno di ammirarne la bravura estrema e la serietà di interprete misurato ed efficace. Ettore Nova è stato un ottimo Tonio e Silvano Paolillo, già applaudito quest’anno in almeno altre due produzioni, un efficace Beppe.

Applausi calorosissimi e meritatissimi a tutti gli interpreti: non si poteva immaginare una chiusura di stagione migliore.

L’applauso comunque più caloroso e meritato va al Comune di Nichelino e al suo Assessore alla Cultura. In una Italia, dove ci si ricorda della cultura e della buona musica solo quando bisogna operare tagli finanziari, sono un esempio preclaro di che cosa significa avere una giusta scala di valori e pensare all’elevazione culturale dei propri amministrati, senza badare a eventuali ritorni economici o elettorali. Se in Italia tutti agissero così vivremmo sicuramente in un Paese migliore.

Intanto è già pronto il cartellone della prossima stagione!!!

ADRIANA LECOUVREUR di Cilea al Teatro Superga

aprile 20, 2010

Penultimo spettacolo della stagione in corso, Adriana Lecouvreur di Cilea è stato proposto in un allestimento già presentato a Fidenza nello scorso novembre. Una produzione nata per le scene del Teatro Magnani della città emiliana che vede la collaborazione dell’associazione Fantasia in re che già aveva presentato La Cenerentola il mese scorso. Il regista Riccardo Canessa ha operato la scelta di un’ambientazione novecentesca, in realtà non tanto per l’ambizione di fornire una ardita prospettiva di lettura dell’opera, quanto per contenere i costi di produzione, come lui stesso, con estrema onestà e serietà, dichiara in un’intervista su Parma Lirica:

“Il regista che si accosta a questo come, del resto, ad altri lavori teatrali ha a disposizione due strade, quella tradizionale  o quella alternativa.

Strada tradizionale significa rispettare l’epoca in cui l’opera è ambientata con scene e costumi appropriati, ma soprattutto seguire le indicazioni che lo stesso Cilea mette in partitura secondo quello che è stato un percorso cominciato dall’ultimo Verdi e proseguito soprattutto con Puccini, che forniva dettagli molto precisi e pertinenti per la messa in scena.

Questo è sempre un percorso vincente specialmente quando ci troviamo a doverci confrontare con  intrecci  complicati e a volte poco comprensibili.

C’è però un problema: un allestimento di questo tipo prevederebbe, per Adriana,  scene sontuose ed un uso della macchina teatrale piuttosto complicato ed importante.  Considerando che l’attuale situazione di crisi finanziaria del teatro italiano non consiglia e non consente scelte economicamente impegnative il regista che si confronta con questo lavoro  può allora valorizzarne un’altra parte molto significativa che è, in fondo, lo spunto ispiratore del compositore post verista quando sceglie di tornare indietro nel tempo e di affrontare un repertorio teoricamente illuminista con lo spirito del ‘900. Sfrondare quindi da orpelli probabilmente esagerati ed inutili e valorizzare, all’interno della vicenda, il lato più duttile. Prendere come spunto principale il teatro e la vita del teatrante e farci svolgere intorno una vicenda tutto sommato di grande solitudine.”

Devo dire comunque che il Settecento nell’Adriana non è sfondo o cornice, ma parte essenziale dell’opera: portarla nella contemporaneità significa depauperarla di una componente fondamentale. Insomma alla fine si esce dal teatro insoddisfatti. Nasce poi il problema del balletto al terzo atto, che in quest’opera non può esser tagliato. In quest’allestimento si è fatto ricorso a una bizzarra e fantasiosa soluzione: la proiezione di un video con materiali da Teche Rai, con le Kessler che ballavano il “Da Da Un Pa” al ritmo del Giudizio di Paride. Se fossimo a Berlino o Vienna la cosa verrebbe spacciata chissà con quali intellettualismi da far sentir cretini i poveretti che non hanno colto l’idea profonda che il regista ha voluto esprimere. Per fortuna a Nichelino dominano ancora il buon senso e l’intelligenza di capire che i ballerini costano, il palcoscenico non è quello dell’Opéra di Parigi e che bisogna far di necessità virtù, per cui pazienza…: qualche “oh basta, là” e la cosa finisce lì.

Il direttore Stefano Giaroli, che aveva già diretto La Cenerentola, ha dimostrato di amare profondamente l’opera di Cilea (e non so dargli torto): ne ha dato una lettura vibrante, appassionata, tesa non perdendo nessuna occasione di evidenziare i tesori, spesso nascosti, di una partitura esemplare per orchestrazione e raffinatezza. Ha valorizzato al massimo l’Orchestra di Reggio Emilia, che ha dato una prova maiuscola. Peccato che non abbia fatto bene i conti con le dimensioni del teatro e l’assenza della buca: insomma, involontariamente, ha finito col sommergere le voci dei cantanti che hanno spesso faticato ad aprirsi una breccia attraverso il muro sonoro che li separava dal pubblico. Veramente un peccato perchè il cast era davvero di lusso.

I costumi contemporanei se non altro esaltavano l’avvenenza di Paola Sanguinetti, splendida e convincente Adriana, che aveva già interpretato il ruolo a Fidenza.

Paola Sanguinetti

Ecco che cosa dichiarava alla vigilia dello spettacolo fidentino:

Sulle difficoltà vocali non è il caso di soffermarsi, ogni ruolo ha le sue, quindi fanno parte del mestiere. Il fatto di essere un’artista che interpreta un’artista da un lato aiuta perchè entri meglio nel personaggio, ma da un altro lato è impegnativo perchè non puoi tradirlo, non puoi stravolgerlo, devi restare dentro quel disegno preciso. Bisogna evitare, ad esempio, l’effetto “Gloria Swanson” perchè sappiamo che Adriana Lecouvreur è stata un’attrice moderna ed innovatrice, era famosa proprio per questo. Quindi la recitazione troppo caricata, l’eccessiva enfasi sarebbero fuori luogo. Questo continuo controllo dell’interpretazione insegna ad uscire dalle proprie abitudini interpretative e a cercare qualcosa di diverso, più nuovo, possibilmente più artistico.”

Sua rivale la passionale Bouillon di Claudia Marchi, mezzosoprano dalla prestigiosa carriera in cui ha interpretato i maggiori ruoli a fianco di Pavarotti, Nucci, Vargas, Pons…

Claudia Marchi

Maurizio Comencini ha intepretato un generoso e appassionato Maurizio di Sassonia. le sue arie sono state applaudite calorosamente a scena aperta.

L’eccellente Marzio Giossi è una conoscenza del Teatro: come dimenticare il suo Rigoletto della scorsa stagione? È stato un superlativo Michonnet, parte difficile e, forse, un po’ ingrata. “Ecco il monologo” è stato uno dei momenti migliori della rappresentazione. Alla bella voce Giossi unisce un fraseggio che ne fa il Michonnet ideale.

Marzio Giossi

Luca Gallo, già ascoltato il mese scorso nella Cenerentola, si è confermato nella parte del Principe un ottimo basso. Notevole l’Abate di Oreste Cosimo. Le altre parti non sono state accreditate dal programma di sala.

In conclusione: uno spettacolo con elementi di assoluta eccellenza musicale, ma purtroppo (e dispiace davvero) un po’ mancato per problemi di acustica che ne hanno compromesso la completa fruizione e un po’ per un allestimento che lasciava qualche motivo di insoddisfazione.

LA CENERENTOLA di Rossini al Teatro Superga

marzo 23, 2010

Un lungo, convinto e caloroso applauso finale, congelato dal chiudersi del sipario (ma perché non continuare a sipario chiuso? sono certo che gli artisti lo apprezzerebbero…), ha salutato il terzultimo spettacolo della fortunatissima stagione lirica del Superga di Nichelino, che sembra progredire ogni volta di più. Due giovani protagonisti d’eccezione in questa Cenerentola rossiniana: il mezzosoprano Cristina Melis e il tenore Enea Scala. Quest’ultimo è stato per me una vera sorpresa: voce bellissima, tecnica impeccabile, bella presenza scenica e ottima capacità di muoversi sul palcoscenico. Insomma un Ramiro che non solo non fa rimpiangere colleghi più affermati, ma che al confronto dà loro dei numeri. L’aria Sì, ritrovarla io giuro è stata da antologia e ha strappato lunghe ovazioni.

Enea Scala

Se ho dato a lui la precedenza non è per sminuire l’ eccellente protagonista, ma solo perchè non è stata per me una sorpresa: l’avevo già ampiamente apprezzata lo scorso anno nell’Italiana in Algeri ed è stata una conferma.  Cristina Melis ha la voce ideale per queste parti: il  timbro scuro con un registro centrale pieno, un fraseggio mobile e una vocalizzazione rapida ne fanno una perfetta interprete rossiniana. Nacqui all’affanno e il successivo Non più mesta hanno chiuso l’opera in meraviglia.

Cristina Melis

Non da meno i due personaggi buffi: il Don Magnifico di Fulvio Massa (già godibile Mustafà lo scorso anno nell’Italiana)

Fulvio Massa

e il Dandini di Claudio Ottino, che ha sostituito in extremis il previsto Carlo Morini.

Claudio Ottino

Un esempio altissimo di arte e professionalità (ha provato a ridosso dello spettacolo) inserendosi nella compagnia in modo perfetto: la parte di Dandini è quella del suo debutto, avvenuto più di 20 anni fa, e credo che pochi sappiano farla meglio di lui.  Fulvio Massa ha evitato con buon gusto e intelligenza interpretativa tutto l’armamentario che spesso affligge la vocalità del buffo rossiniano rendendo un Don Magnifico misurato e mai sopra le righe. Luca Gallo, che lo scorso anno era stato un ottimo Haly nell’Italiana, si è confermato un fine artista nella parte di Alidoro cantando la difficile aria Là del cielo nell’arcano profondo. Completavano il cast le efficacisime sorellastre affidate a Silvia Felisetti e a una cantante di cui mi spiace davvero non essere riuscito a capire  bene il nome annunciato in sostituzione della titolare prevista (se qualcuno volesse segnalarmelo ne sarei ben lieto). Demiurghi del riuscito spettacolo erano il regista Artemio Cabassi e il direttore Stefano Giaroli. Quest’ultimo è il presidente della Associazione Fantasia in Re nel cui ambito è nata questa ottima produzione. Esuberante e musicalissimo ha diretto i giovani dell’Orchestra di Reggio Emilia valorizzandone al massimo le potenzialità. L’entusiasmo e l’esuberanza con cui ha condotto i crescendi rossiniani hanno talvolta sommerso le voci con i suoni strumentali, ma sarebbe ingiusto fargliene un appunto viste le condizioni strutturali della sala priva di buca. Buoni gli interventi del Coro dell’Opera di Parma diretto da Emiliano Esposito.

In conclusione: una serata da ricordare. L’opera vincerà: recita lo slogan della stagione in corso al Teatro Regio di Torino. In queste realtà definite minori non è fuori luogo usare il tempo presente: l’opera vince, forse perché si fonda soprattutto sull’amore di chi la frequenta e di chi la produce.

DON PASQUALE di Donizetti al Teatro Superga

febbraio 23, 2010

La stagione lirica del Teatro Superga prosegue in crescendo. Dopo una splendida Butterfly ecco un ottimo Don Pasquale. Allestire il capolavoro donizettiano se è facile dal punto di vista scenico (interni, di cui uno fisso in tre scene), richiede però quattro interpreti di alto livello, essendo tutti personaggi principali: all’unico comprimario (il Notaio) è affidata una particina nel secondo atto. Non riuscirei ad immaginare un Don Pasquale più pertinente di quello interpretato da Ettore Nova.

Ettore Nova

Ha una lunga e prestigiosa carriera che lo ha visto sul palcoscenico dei maggiori teatri con un repertorio vastissimo. Il personaggio di Don Pasquale è uno dei più umani del teatro musicale, non bisogna assolutamente ridurlo a macchietta accentuandone la senilità con quel campionario di inflessioni nasali e di parlati, ma è opportuno metterne in luce la vena elegiaca e patetica. Ettore Nova, che ha curato benissimo anche la regìa dello spettacolo, dà la giusta interpretazione al personaggio e nel suo “È finita Don pasquale , hai bel romperti la testa..” del duetto con Norina c’è  tutta la triste e rassegnata consapevolezza della presa di coscienza di fronte alla realtà delle cose (l’oscuramento della scena ne sottolinea l’elegia). Sa però essere anche pirotecnico nel vertiginoso sillabato “Aspetta, aspetta, cara sposina” accanto all’eccellente Malatesta di Sergio Bologna. Il baritono toscano è una presenza abituale al Superga di Nichelino (quest’anno è già stato Germont nella Traviata, lo scorso anno Scarpia nella Tosca) e a ogni sua performance non posso fare a meno di ammirarne la tecnica di canto e la misura interpretativa. Esemplare questo suo Malatesta sia nell’alta tessitura dell’aria di entrata, sia nella coloratura del duetto con Norina, ma alla linea di canto ferma sa unire anche un fraseggio elegante e spiritoso. Mai un eccesso o una forzatura: tutto sembra venire naturale, compreso l’acrobatico sillabato del terzo atto. Ottima anche la coppia di amorosi. Silvia Mapelli è una Norina non stereotipata, ma sfaccettata tra brio, perfidia, languore ed elegia: un personaggio completo così come lo aveva concepito Donizetti. Alla tecnica vocale unisce la bellezza e la disinvoltura scenica.

Silvia Mapelli

Francesco Paolo Panni ha sostituito l’indisposto Federico Lepre. Un’ottima occasione per conoscere un tenore dalla bella voce e dalla tecnica ferrata. Quella di Ernesto è parte piuttosto difficile, il tenore dopo i cantabili è costretto nelle cabalette a cantare una terza e una quarta più in alto: il tutto è stato risolto senza alcuna difficoltà. Se poi al canto virile, ma anche tenero si unisce una prestante presenza scenica si ha l’interprete ideale.

Francesco Paolo Panni nella parte di Ernesto

Naturalmente resta da citare il simpatico Gianluca Fasano (che abitualmente conosciamo come maestro del coro) nella breve parte del Notaio.

Vorrei fare una lode incondizionata al Coro Lirico del Piemonte, diretto dall’ottima Sonia Franzese, per i suoi interventi a dir poco perfetti nel terzo atto.

Sonia Franzese

L’orchestra, formata da validissimi strumentisti locali, è presentata col nome del Teatro e, a quanto pare, tende a divenirne una istituzione. Questa volta era affidata alla esperta direzione di Aldo Salvagno, che ha risolto bene l’arduo compito di equilibrarla col palcoscenico: impresa non da poco in un teatro privo di buca.

MADAMA BUTTERFLY al Teatro Superga di Nichelino

gennaio 17, 2010

Bellissima Madama Butterfly questa andata in scena al Teatro Superga. Merito principale va a una straordinaria protagonista, il soprano giapponese Manami Hama, che ha la parte in repertorio da 20 anni e ne è interprete a dir poco esemplare. L’identificazione col personaggio è tale che non è esagerato dire che Manami Hama è Madama Butterfly: adolescente tenera, ma senza manierismi, nel primo atto, donna fiera e dignitosa nel secondo, eroina tragica, ma senza platealità ed effettismo, nel finale. Ogni gesto, ogni movimento è quello giusto, non si riuscirebbe a immaginarlo diversamente. Se grande è l’attrice, non di meno è la cantante, che sa dare a ogni frase il giusto accento, la inflessione dovuta: cosa fondamentale in un ruolo basato in larga parte sul canto di conversazione. L’eccellenza della protagonista non ha comunque messo in ombra le ottime prove degli altri interpreti, anzi sembrava quasi che interagire con una grande interprete vivificasse le performance degli altri come avviene in serate fortunate e quando il gioco di squadra prevale sul protagonismo sterile. Davvero ottimo il Pinkerton di Stefano La Colla, di bellissima voce, esuberante come il personaggio richiede, affettuoso e appassionato nel duetto. Valerio Garzo (già ascoltato in Bohème) è stato un perfetto Sharpless, le sue capacità di fraseggiatore sono emerse nel duetto con Butterfly. Notevolissima la Suzuki di Maria Vittoria Paba. Eccellenti i comprimari (dal Goro di Silvano Paolillo, allo Yamadori di Antonio Marani, allo Zio Bonzo di Enrico Rinaldo). Marco Titotto, che la scorsa stagione si era distinto in un bel Rigoletto, si è confermato un esperto direttore d’opera, di quelli che sanno valorizzare al meglio i cantanti ponendo l’orchestra al giusto ruolo senza farla strabordare come fanno tanti suoi colleghi. Perché uno spettacolo riesca bene ci vuole un buon regista e tale si è rivelato Maurizio Marchini, che ha rispettato in pieno le indicazioni dell’Autore. In ultimo meritano menzione l’Orchestra che viene presentata col nome del Teatro, essendo formata da ottimi elementi locali e il Coro Puccini di Torino, diretto da Gianluca Fasano, che ormai è divenuto quasi un’istituzione stabile del Teatro.

Concludendo uno spettacolo davvero memorabile, riuscitissimo in ogni parte e momento, cui ha giovato, secondo me, la divisione in due soli atti con il taglio del lungo interludio orchestrale dando così maggiore tensione e unità al dramma.