Archive for the ‘teatri italiani’ Category

Il “Fidelio” alla Scala secondo Barenboim e Deborah Warner

dicembre 8, 2014

Visto e ascoltato in diretta tv.

Due momenti dell’opera lirica continuano in me a suscitare emozione anche dopo innumerevoli ascolti, come se fosse la prima volta: il finale delle Nozze di Figaro di Mozart in cui il Conte si inginocchia e chiede perdono alla moglie (“Contessa, perdono”) e il momento nel Fidelio in cui Leonore/Fidelio si frappone tra Florestan e Pizzarro che vuole pugnalarlo urlando “Zurück” e poi “Durchbohren mußt du erst diese Brust” e ancora “Töt’ erst sein Weib!”. Leonore svela la propria identità e salva il marito. Ancora ieri sera la stessa emozione nel momento culminante dell’opera. Segue quello che secondo me è il più bel duetto d’amore in assoluto, pur nella sua estrema brevità: “O namenlose Freude” in cui ci aspetterebbe almeno un forte abbraccio tra i due coniugi ricongiunti come in questo vecchio allestimento secondo vetusta tradizione:

Invece ieri sera alla Scala Florestan e Leonore mantenevano le distanze come se fossero due estranei: boh! Alla faccia della gioia inesprimibile….

Deborah Warner, in obbedienza agli imperativi odierni di moda nei teatri, sposta la vicenda nel contemporaneo, come se ce ne fosse bisogno, visto che quanto sta alla base del Fidelio era e resta, purtroppo, “contemporaneo”. La contemporaneità è più che altro nei costumi, in quanto la scena (un carcere) può essere atemporale. In questo caso parrebbe una fabbrica dismessa, ma poco importa. C’è però un aspetto che secondo me non funziona molto: Fidelio è un’opera che si fonda anche su un travestimento. Una donna si traveste da uomo e tale si fa credere per introdursi nel carcere e salvare il marito. Non è, come qualche illustre intervistato ha detto ieri sera, un ruolo en travesti come Tancredi, Cherubino, Octavian; qui la donna è donna e resta donna. Perché la cosa teatralmente conservi un minimo di credibilità scenica (ammesso che sia possibile) bisogna ambientarla in un contesto storico in cui abbigliamento maschile e femminile siano fortemente differenziati. Come ad es. in questo vecchio allestimento di Glyndebourne firmato Peter Hall:

In epoca attuale, come nell’allestimento della Warner, in cui soprattutto nel casual l’unica differenza è, al limite, nella biancheria intima abbiamo una Leonore che continua a essere vestita da donna (pur nel travestimento) e c’è davvero da domandarsi come Marzelline potesse confonderla al punto da innamorarsene Smiley. Saranno forse sciocchezze, però si spiega il tweet in cui questo

Fidelio e Marzelline nell’allestimento della Scala

viene confuso con un bacio saffico. [Escludo che la Warner volesse dar simile lettura, allora meglio essere molto chiari]. L’allestimento a parte questo spostamento temporale, viaggia poi su binari convenzionali, quindi nessuna ardita rilettura e meglio così… La regia non mi è parsa molto curata insomma non era poi diversa da quelle di tanti anni fa in cui i registi si limitavano a disciplinare le masse e i cantanti. Della Warner conoscevo l’Onegin che aveva inaugurato il Met nel 2013/14: allestimento molto avversato dalla critica perché lasciato a metà e completato da Fiona Shaw; si lamentava oltre all’ambientazione anche e soprattutto la mancanza di vera e propria regia. Non mi pare, parere mio personale basato su visione tv e discutibilissimo, che stavolta sia andata meglio anche se la Warner ha portato a termine il tutto.

Daniel Barenboim ha avuto calorose manifestazioni di affetto dal pubblico che ha voluto ringraziarlo così della sua attività pluriennale nel Teatro. Ha dato una lettura un po’ vecchia maniera, alla Furtwängler per intenderci, con sonorità turgide e corpose e iniziando l’opera con la Leonore n.2 invece che con l’Ouverture. Insomma se sul palcoscenico si cercava a tutti i costi la contemporaneità nella buca si tornava indietro di almeno 60 anni (Toscanini era già più attuale). Comunque una lettura condotta coerentemente con orchestra in ottima forma. Cantanti molto convincenti: in particolare Anja Kampe, ottima Leonore, ma anche Kwangchul Youn, splendido Rocco. Una lettura come quella di Barenboim avrebbe necessitato di un Heldentenor: trovalo oggi! Klaus Florian Vogt certo tale non è. Un Florestan sofferto e dolente certo, forse inserito meglio in un altro contesto interpretativo. Falck Struckmann è l’ideale per impersonare il cattivo e anche stavolta c’è ben riuscito: un Pizzarro efficacissimo. Peter Mattei era il lussuoso cameo di Don Fernando e Mojca Erdmann e Florian Hoffmann due freschi e simpatici Marzelline e Jaquino. Coro come sempre splendido. Applausi trionfali al termine. Nessun “buu”: evidentemente un allestimento del Fidelio non si presta a questo genere di contestazioni.

Applausi finali

Qualcuno ha lamentato l’assenza del Presidente Napolitano (ha i suoi annetti…) e del Presidente del Consiglio (ma è già fin troppo onnipresente…).

Annunci

Accordo all’Opera di Roma: ritirati i 182 licenziamenti.

novembre 19, 2014

Firmato l’accordo tra Lavoratori e Dirigenza del Teatro dell’Opera di Roma. Ritirati i 182 licenziamenti in cambio di una riduzione del costo del lavoro. Vengono limitati o annullati indennità e benefici che andavano ai lavoratori. Scompare quindi “l’indennità sinfonica” con un risparmio di 250 mila euro, viene ridotta “l’indennità Caracalla” con un risparmio stimato intorno ai 200 mila euro e saranno tagliati un milione e 800 mila euro di premi di straordinario, in più si chiederà una maggiore flessibilità lavorativa per non far ricorso agli “aggiunti”. La Sovrintendenza si impegna a produrre di più e in modo più “intelligente”.

http://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/2014/11/19/accordo-per-l-opera-niente-licenziamenti-ma-il-bilancio-e-salvo-1.1346509

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/farsa-dellopera-rientrano-i-licenziamenti-1068919.html

http://www.lanotiziagiornale.it/lopera-azzecca-la-nota-la-capitale-non-licenziai-sindacati-accettano-il-taglio-dei-privilegi-e-lente-salva-il-coro-e-lorchestra/

Quanto guadagnano e quanto lavorano gli orchestrali delle fondazioni liriche italiane.

novembre 14, 2014

Un articolo di Alberto Mattioli su La Stampa del 12 novembre u.s. che riassume un servizio di Classic Voice sull’argomento cerca di far luce su quanto guadagnano e quanto lavorano i musicisti delle nostre fondazioni liriche. “Il contratto prevede che un professore d’orchestra lavori per 28 ore a settimana (30 al Regio di Torino e 33 alla Scala per accordi aziendali) per un massimo di 11 <<prestazioni>> settimanali e sei ore al giorno. Per <<prestazioni>> (massimo due al giorno) si intendono prove e recite. Escludiamo i lunedì, giorni di riposo, le festività e le ferie in media 30 giorni all’anno (sono 45 a Berlino o Zurigo): restano circa 270 giorni lavorativi all’anno. Anzi resterebbero, perché visto che i teatri non producono, in realtà nessuno li <<lavora>>. Gli stakanovisti stanno al San Carlo di Napoli: 167 giorni per le prime parti, 217 per le file. Seguono Torino (rispettivamente 162 e 206) e l’Arena di Verona (143 e 198). Si lavora di meno, manco a dirlo, all’Opera di Roma, con una media di 125 giorni l’anno, poi al Carlo Felice di Genova, 128 giorni, e al Maggio di Firenze, 144. La Scala si rifiuta di calcolare il lavoro in giorni, ma lo fa in <<prestazioni>>: l’equivalente di 120 giorni per le prime parti e di 150 per gli altri. Siamo molto lontani da quel che succede in Europa. Anche perché in Italia si perpetuano evidenti assurdità. Per esempio, la regola vuole che per le prime parti sia sempre disponibile un sostituto, cui quindi viene accreditata una <<prestazione>> anche se non suona. Oppure alcune orchestre hanno in organico un pianista. Visto che le opere a richiederlo sono pochissime, costui in pratica non fa nulla, anche perché non si può utilizzarlo come maestro collaboratore. Le buste paga non sono faraoniche. Lo stipendio-base per un primo violino è di 2288,94 euro lordi mensili, più scatti di anzianità, straordinari, indennità e così via. Le mensilità sono 14 più un premio di produzione e ovviamente i compensi variano da teatro a teatro: un orchestrale costa mediamente 93687 euro all’anno alla Scala e 78573 all’Opera di Roma, contro 49348 al Petruzzelli di Bari e 58159 a Cagliari. All’estero gli stipendi sono più alti: da 10 a 6 mila euro lordi alla Bayerische Staatsoper di Monaco per esempio contro una busta paga da 7 mila a 4800 euro alla Scala. Morale sintetica (e già enunciata mille volte): i problemi dei teatri italiani stanno nella loro scarsa produttività e nella scarsissima competenza di chi li dirige. Ma possono funzionare, magari non benissimo, ma funzionare sì, anche con le regole attuali. Pendete La Fenice, attualmente il migliore, dove si sono in pratica raddoppiate le recite senza assumere aggiunti, pagare straordinari e nemmeno esaurire il monte ore di orchestrali e coristi.. Ma semplicemente organizzandosi meglio….” © La Stampa

© La Stampa

© La Stampa