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FALSTAFF di Verdi al Teatro Regio di Torino

novembre 24, 2017

La stagione del Regio di Torino prosegue con Falstaff di Giuseppe Verdi in un allestimento coprodotto con il Lirico di Cagliari, dove andò in scena giusto un anno fa, che porta la firma di Daniele Abbado. Il Regista ambienta l’opera in uno spazio unico, una piattaforma circolare: «È uno spazio unico in continua trasformazione. Cosa si richiede a uno spazio teatrale? Che ci siano delle botole e che si possano appendere delle cose. E questa piattaforma ci permette tutto: botole, scale, elevatori, oggetti che arrivano volando, mobili sospesi… è uno spazio che permette di ricreare in modo rapido e poetico i vari ambienti dell’opera, interni o esterni, dalla camera dove dorme Falstaff alla terrazza di Alice dove ci sono i panni stesi» (intervista su Sistema Musica). I costumi sono atemporali: «Senza tempo con la esse maiuscola! I personaggi si portano dietro un po’ della loro tradizione, ad esempio Falstaff nella prima scena indossa una vestaglia e biancheria intima di tempi lontani, ma le donne hanno un’immagine teatrale di oggi: molto sensuali e libere. E’ una sorta di sviluppo teatrale della tradizione verso una sensibilità visiva senza tempo. Una commedia come questa si basa molto sulla fisicità degli interpreti» (ibidem).

Falstaff- 2

Dietro la pedana una sorta di schermo che con le luci crea vari effetti. La scena un po’ vuota purtroppo crea, come avviene in tali casi, qualche precarietà acustica alle voci e meno male che sul podio c’è un direttore, Donato Renzetti, che di palcoscenici lirici se ne intende e mantiene il livello sonoro dell’orchestra su un volume adeguato (non oso pensare che cosa sarebbe avvenuto con altri, affetti da protagonismi orchestrali). A parte questa “soluzione” scenica lo spettacolo viaggia sui binari della tradizione: quindi tutto più o meno secondo libretto. Ci vengono così risparmiate alcune trovate come case di riposo con pitali, badanti e sedie a rotelle viste altrove e di cui non urge necessità.

Falstaff-5

Nel cast vocale emerge il Falstaff di Carlos Álvarez, misurato, mai sopra le righe, sempre raffinato nel canto. Non da meno il Ford di Tommi Hakala, che anche nei momenti di gelosia non trascende. Buono il Fenton di Francesco Marsiglia.

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Affiatatissime le dame di Winsdor: Erika Grimaldi, Monica Bacelli, Sonia Prina, Valentina Farcas, con una mia particolare preferenza per quest’ultima, una Nannetta davvero incantevole per voce e presenza scenica.

FALSTAFF

Ottimi Patrizio Saudelli (Bardolfo), Deyan Vatchkov (Pistola) e Andrea Giovannini (Dr.Cajus). Eccellente, come sempre, il Coro.

Falstaff-3

Il pubblico ha gradito e apprezzato questo spettacolo, che ha avuto il vantaggio del confronto ravvicinato con il Tristano del mese scorso, che, diciamo il vero, aveva scontentato tutti (tranne forse qualche esponente degli ultras che vanno all’opera solo per godere delle stramberie spacciate per riletture innovative). Si replica ancora Domenica 26/11 p.v.

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OTELLO di Verdi al Teatro Regio di Torino

ottobre 22, 2014

Se escludiamo le due recite-evento del 1997 con Abbado e i Berliner, destinate ai VIP e ai fortunati che riuscirono a trovar posto a 500mila lire d’allora, erano 33 anni che al Regio di Torino non andava in scena l’Otello di Verdi. Vi fa ritorno con una produzione nuova affidata a un under 40 britannico, Walter Sutcliffe, che vanta collaborazioni con David McVicar. Vede nell’opera di Verdi un processo di trasformazione: Otello diviene via via più umano, ma infine non riesce a sfuggire alla sua natura essenzialmente distruttiva. Jago preme sulla sua insicurezza che in effetti è legata a questo processo, poiché proprio in questo farsi più umano e meno soldato, più uomo a tutto tondo, Otello diviene anche più vulnerabile. Jago si insinua in quella vulnerabilità e Otello si difende diventando sempre più distruttivo; in questo è propriamente un personaggio da tragedia classica, perché ha la capacità di evolvere, di trasformarsi e tuttavia viene costantemente tirato indietro, non può sfuggire al suo destino, al suo essere fatto essenzialmente per uccidere. Non vuole sovraccaricare la scena di elementi superflui: In un dramma shakespeariano sono le parole che raccontano la storia e in effetti quanto più si riempie la scena, tanto meno efficace diventa il dramma, come se ciò che sta sul palcoscenico intralciasse le parole e dunque l’azione. Lo spazio scenico viene concepito come una sorta di labirinto:questa è stata per noi la chiave, un ambiente che è propriamente in sé una macchina militare, con la domanda se sia possibile sfuggire a questa macchina. Non si trattava di ricreare il castello di Otello a Cipro, ma neppure di essere moderni a ogni costo e spostare l’ambientazione in Afghanistan; semmai di trovare una collocazione al di fuori del corso storico. Questi gli annunci, ne è comunque sortito uno spettacolo non propriamente bello da vedere (scene di Saverio Santoliquido) con costumi che definire brutti è ancor poco (costumi di Elena Cicorella) e una regia che tutto sommato rientrava nella tradizione, con poche e gratuite varianti: Jago che uccide due musulmani nel coro “Vittoria, vittoria”, Jago che uccide Emilia nel finale (un femminicidio in più) e che rimane ucciso a sua volta. Discutibile l’uso delle luci (luci di Rainer Casper) con quella camera da letto in piena luce nell’ultimo atto. Coreografie con momenti di gusto non eccelso (le movenze copulatorie durante il “Fuoco di gioia”). Insomma se la maggioranza del pubblico rimpiange gli spettacoli di “una volta” forse tutti i torti non ha. Se questo Otello non è bello da vedere è in compenso stupendo da ascoltare.

Gregory Kunde © Ramella e Giannese

Gregory Kunde © Ramella e Giannese

Gregory Kunde, 60 anni già compiuti, dimostra una giovinezza vocale da fare invidia a un trentenne. Avevo già ascoltato il suo Otello verdiano nel video da Palazzo Ducale a Venezia (meraviglioso) e in quell’ultimo atto dall’Opera di Firenze, ma pensavo che la riproduzione non fosse affidabile. Riesce a essere un Otello “completo”, folgorante nell’Esultate!, imperioso in Abbasso le spade!, sensuale nel duetto d’amore, fragile e dolente in Dio mi potevi, tragico e commovente fino alle lacrime in Niun mi tema. Che voce! che fraseggio accuratissimo! che tecnica di canto! Impossibile far di meglio. Non rimpiango gli Heldentenor del passato ormai remoto che al di là degli atletismi vocali finivano poi col dare una interpretazione monocorde e poco articolata, facendo di Otello solo un mostro assatanato.

Erika Grimaldi © Ramella e Giannese

Erika Grimaldi © Ramella e Giannese

Al suo fianco la sensibilissima e toccante Desdemona di Erika Grimaldi. La giovane cantante astigiana dimostra una maturità artistica notevole. Sa rendere alla perfezione l’umanità, lo sgomento del personaggio con un canto pieno di sfumature e un fraseggio ben articolato. Eccellenti i due duetti (soprattutto quello del III atto), meraviglioso il IV atto con la Canzon del salice e l’Ave Maria.

Kunde ed Erika Grimaldi nel IV atto © Ramella e Giannese

Kunde ed Erika Grimaldi nel IV atto © Ramella e Giannese

Jago è Ambrogio Maestri, che sta ormai diventando il baritono verdiano del momento.

Ambrogio Maestri © Ramella e Giannese

Ambrogio Maestri © Ramella e Giannese

Insinuante, diabolico nei duetti con Otello, Roderigo e Cassio. Imponente e quasi violento nel Credo. Non ha il physique du role, con la sua mole monumentale, ma riesce a rendere credibilissimo il personaggio come pochi.

Maestri e Kunde © Ramella e Giannese

Maestri e Kunde © Ramella e Giannese

Non sono da meno i comprimari da Salvatore Cordella (Cassio), a Luca Casalin (Roderigo), da Emilio Marcucci (Montano) a Seung Pil Choi (Lodovico) a Samantha Korbey (Emilia) fino all’Araldo di Lorenzo Battagion.

Finale III atto © Ramella e Giannese

Finale III atto © Ramella e Giannese

Se uno spettacolo d’opera riesce musicalmente il merito è soprattutto del direttore d’orchestra. In questo caso un superlativo Gianandrea Noseda, che ha creato un perfetto e miracoloso equilibrio tra palcoscenico e buca orchestrale. Mai una volta che l’orchestra coprisse i cantanti e nel difficilissimo concertato finale del III atto si riuscivano a cogliere le parole dei singoli personaggi: caso quasi unico!

(Il mio commento fa riferimento alla recita del 21 ottobre 2014)