Posts Tagged ‘Erwin Schrott’

CARMEN secondo Emma Dante e Barenboim alla Scala

dicembre 8, 2009

Una scena della Carmen ©ANSA

Ho visto l’opera in tv, per cui ciò che scrivo è da intendersi considerando questa premessa. Tanto più che lo spettacolo in oggetto non è telegenico e ha subito una ripresa tv tutt’altro che esemplare. Può darsi comunque che il prodotto finito(tv) migliori con opportuni aggiustamenti e montaggi. C’era molta attesa per questa Carmen, anche troppa. Motivo: la regìa affidata ad Emma Dante, al suo debutto con l’opera lirica. Si è parlato e scritto di coraggio, scommessa, azzardo… e chi più ne ha più ne metta. A spettacolo visto di iconoclasmo, anticonvenzionalità, per tacere d’altro… Per scandalizzarsi di fronte a questa Carmen bisogna essere del tutto digiuni di teatro lirico odierno e ignorare ciò che fanno abitualmente i vari Konwitschny, Guth, Pountney…: se Emma Dante è iconoclasta costoro che cosa sono? A me è parso che la Dante volesse forse in origine spingersi molto più in là, ma poi saggiamente e con onestà si sia limitata a una lettura molto personale, indubbiamente, ma non così eccessiva come i dissensi a lei indirizzati farebbero supporre. Forse avrebbe voluto una Carmen “siciliana”, ma deve essersi resa conto che la scelta l’avrebbe poi portata a fare i conti con un toreador, piuttosto inedito in Trinacria, nonché con contrabbandieri che inneggiano alla libertà della loro scelta di vita, il che cozza con quanto avviene nella sua terra, con seguidilla, manzanilla e roba che con il marsala e lo scacciapensieri poca affinità hanno. Meglio allora un Sud generico, che può essere Palermo e Siviglia allo stesso tempo. Un Sud oscuro, soffocante, quasi claustrofobico che diviene simbolo della oppressione e della convenzionalità. I simboli religiosi abbondano a iosa, ma è una religione ridotta a pratica esteriore, non liberatrice, quanto strumento di repressione. Alle donne (e non poteva essere altrimenti) sembra essere affidato il compito di farsi portatrici dell’ideologia dominante e di quella rivoluzionaria. Micaela, finalmente sottratta al clichè di insipida sempliciotta ammosciamascoli, rappresenta dignitosamente la donna integrata in quel tipo di società la cui unica possibilità di realizzazione è quella di essere moglie e madre. Carmen invece è portatrice di valori eversivi di libertà a cominciare dall’amore, dichiarato subito nell’habanera, che diviene qui una sorta di “manifesto”. Non c’è sexappeal in questa Carmen, ciò che attrae (e respinge) di lei è ciò che rappresenta. Gli uomini, con tanto di coppola e camicia bianca, la osservano interessati, ma si tengono a debita distanza. Don José è combattuto tra le due scelte e cede a Carmen, ma vorrebbe integrarla, facendone una sorta di Micaela, ossessionato come è dalla figura di mammà. Carmen si ribella e lo rifiuta, suo partner può essere solo Escamillo, il cui ruolo non sembra eccessivamente chiaro, ma appare in ogni caso un po’ un outsider rispetto agli altri. Carmen pagherà con la vita la sua scelta di libertà morendo per mano di José, combattuto, ma incapace di ribellarsi a una società opprimente. Questo è quanto mi pare di aver capito dallo spettacolo. Spettacolo che, a mio modesto avviso, è troppo ridondante: troppi simboli (non sempre decifrabili), troppi personaggi in scena (sempre affaccendati e non si capisce sempre bene in che cosa), troppo di tutto. Mi è parso come se la Dante alla prima prova lirica avesse voluto mettere tutto il suo mondo teatrale in uno spettacolo. Una maggiore sobrietà credo che avrebbe giovato a una migliore riuscita del tutto. La parte musicale segue coerentemente la scelta della regia, cosicché abbiamo una Carmen piuttosto lugubre, dai colori orchestrali volutamente spenti, dai ritmi quasi funerei: la morte, presente con varie simbologie sul palcoscenico, è palpabile anche nei suoni. Non ci sono dubbi sul destino che aspetta la ribelle Carmen, in certe società chi si rivolta contro un sistema di valori dominante non ha scampo. Tra i cantanti la vera rivelazione è Anita Rachvelishvili, venticinquenne georgiana dalla voce bellissima: all’aspetto sembrerebbe una sicula (e credo  che, voce a parte, ciò abbia influito sulla scelta, davvero azzeccata). Jonas Kaufmann non è nuovo al ruolo di José e ne ha dato stavolta una interpretazione intensa, quasi interiorizzata (il duetto finale, non urlato quasi sommesso, è un vero capolavoro). Meno convincente, vocalmente, mi è parsa la Micaela di Adriana Damato, indovinatissima però dal punto di vista scenico, almeno nel taglio interpretativo dato dalla Dante. Di Erwin Schrott (Escamillo) avevo in mente prove di gran lunga migliori. La bellissima Adriana Kučerová (Mercedes) era davvero sprecata in un ruolo minore, ma in questo contesto non c’era spazio per la bellezza, almeno intesa in senso esteriore. Per ultimo Daniel Barenboim, forse vero artefice della serata, a lui forse il merito principale della riuscita dello spettacolo, a lui giustamente i maggiori applausi. Un po’ esagerati i dissensi alla regia: se originavano dall’esigenza di uno spettacolo tradizionale, ormai nei maggiori teatri non c’è scampo. Almeno questo i dissenzienti dovrebbero saperlo per esperienza.

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DON GIOVANNI con la regia di Claus Guth dal Salzburger Festspiele 2008

agosto 27, 2009

Dopo le Nozze quasi bergmaniane ecco un Don Giovanni noir, secondo me il più bello e riuscito dei tre spettacoli, anche se forse il più lontano in assoluto dalla tradizione. Il tutto si svolge in un bosco oscuro, rotante a seconda delle scene. Bosco, immagine del mondo delle pulsioni, un mondo dove Don Giovanni regna sovrano in virtù della sua dissolutezza (Il dissoluto punito sottotitolano Mozart/Da Ponte), un mondo che attrae gli altri che vi giungono spesso con le torce elettriche per farsi luce, un mondo che la società reprime con le sue convenzioni e le sue istituzioni, di cui il Commendatore sembra essere guardiano vigile. Ambientazione indovinata secondo tale concezione, come lo era il palazzo primo Novecento del Nord Europa delle Nozze (simbolo di una società che reprimeva l’impulso erotico nelle istituzioni e che necessitava dell’eros ex machina per suscitarlo). Durante l’ouverture si vede già Don Giovanni che uccide a bastonate il Commendatore, che riesce però a ferire mortalmente il protagonista con un colpo di pistola. Tutta la rappresentazione si svolgerà nel tempo che separa Don Giovanni da una morte già annunciata e inevitabile (meccanismo narrativo già sfruttato anche nel cinema, ma pur sempre intrigante), morte necessaria per ristabilire un ordine minacciato. Ecco quindi Don Giovanni e Leporello presentati come due vagabondi, tossicodipendenti, che vivono al di fuori delle regole e convenzioni di una società che invece condiziona gli altri personaggi. Se nelle Nozze di Figaro il regista sembrava mettere in discussione e corrodere l’istituto del matrimonio, surgelatore di ogni impulso erotico, qui nel bersaglio vanno a finire  tutte le convenzioni della società, al punto che l’eroe eponimo che ne vive al di fuori  diviene forza centripeta di tutta l’azione e di ogni personaggio. Nella prima scena Donna Anna, sessualmente aggressiva, più che una donna violata sembra correr dietro al suo seduttore per ottenere un replay, che puntualmente avviene, e il Commendatore appare non tanto come tutore dell’onore della figlia, ma come il guastafeste che viene a interrompere i due amanti:

Donna Elvira, nonostante l’aspetto di donna integrata, testimonial dell’istituto matrimoniale, non riesce a rinunciare al barbaro, viaggia alla di lui ricerca ed è disposta a perdonar tutto pur di riaverlo:

Zerlina non può certamente dirsi sedotta dal fattore di classe sociale, quanto attratta da un mondo di libere pulsioni, incarnato da Don Giovanni:

Don Ottavio è invece, anche nell’aspetto, colui che meglio incarna le regole e i codici della società (l’integrato per antonomasia) e Donna Anna, profondamente segnata dall’incontro con Don Giovanni, sceglie la morte piuttosto che vivere accanto al suo promesso:

Le conquiste amorose di Don Giovanni non sembrano un fatto poi così essenziale: il catalogo snocciolato da Leporello sembra inventato lì per lì e letto dall’orario dei bus

e le altre conquiste  paiono vissute più nella immaginazione, che nella realtà (la Serenata, cantata come vaneggiando sotto l’effetto di una droga, ne è tipico esempio).

Un allestimento siffatto non poteva che proporre l’edizione di Vienna, che termina con la morte di Don Giovanni e manca del quadro finale giocoso-moralista. La versione è seguita anche nella riproposta del duetto Leporello/Zerlina che forse val la pena di ascoltare:

Coerentemente sono tagliate sia l’aria di Leporello: Ah pietà Signori sia quella di Don Ottavio: Il mio tesoro.

Cast notevolissimo sia scenicamente che vocalmente. Al primo posto metterei l’ottimo Leporello di Erwin Schrott, formidabile in ogni momento. Scenicamente perfetto, anche fisicamente, il Don Giovanni di Christopher Maltman, quasi da premio Oscar. Efficacissima la Donna Anna di Annette Dasch; Dorothea Roeschmann (Elvira) si conferma come una delle migliori soprano del momento, così come Matthew Polenzani (Don Ottavio) una delle voci tenorili più interessanti. La coppia Zerlina/ Masetto è interpretata dagli ottimi Ekaterina Siurina e Alex Esposito, quest’ultimo l’unico italiano del cast. Anatoly Kotcherga è un autorevole Commendatore. Ho lasciato per ultimo il direttore Bertrand de Billy, che non mi pare godere molto del favore dei critici musicali. Per di più finisce col dirigere spesso spettacoli anticonvenzionali che spostano l’attenzione più sul regista, mettendo un po’ in disparte il direttore d’orchestra

Bertrand de Billy

Bertrand de Billy (foto M. Borggreve)

Da quel che ho potuto cogliere dalla ripresa tv, la direzione di de Billy mi è parsa, al contrario di ciò che mi è capitato di leggere, molto musicale e raffinata, una delle migliori ascoltate di recente: mi ricorda un po’ quella discografica di Krips. Forse l’appunto che potrei muoverle è quello di non essere in sintonia con l’allestimento di Claus Guth. Cioè se il regista è immerso in un’atmosfera che ricorda il noir, il direttore si aggira in un mondo di porcellane settecentesche. Non è comunque la prima volta che tra buca e palcoscenico ci sono divergenze di vedute. Non è raro vedere spettacoli d’opera proiettati in piena contemporaneità ascoltando un’orchestra di strumenti originali con strettissima osservanza filologica: insomma se i registi vogliono portare l’opera nel presente, i direttori la vogliono riportare alle origini. Contraddizioni dei nostri giorni.