Posts Tagged ‘Ferruccio Furlanetto’

SEMIRAMIDE di Rossini (Torino,1981) su Rai 5

marzo 10, 2017

locandina

Come segnalato nel post precedente, Rai 5 renderà omaggio ad Alberto Zedda trasmettendo Semiramide di Rossini, andata in scena al Regio di Torino tra l’aprile e il maggio 1981. Katia Ricciarelli, Lucia Valentini Terrani, Ferruccio Furlanetto, Dalmacio Gonzales…: nomi altisonanti! La regia, le scene e i costumi sono di Pier Luigi Pizzi. Riporto la recensione di Massimo Mila su La Stampa © del 26 aprile 1981:

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La Rai definisce “perla d’archivio” questa Semiramide. Lo è. Vorrei solo ricordare a Rai Cultura che di tali perle è stracolmo l’archivio Rai e che sarebbe ora di metterle in mostra senza attendere l’occasione di luttuosi eventi.
Domani, sabato 11 marzo 2017, ore 16:40 circa.

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DON CARLO di Verdi (Milano,2008) su Rai 5

gennaio 16, 2016

Domani, 17 gennaio 2016, su Rai 5 andrà in onda Don Carlo di Giuseppe Verdi nell’edizione che inaugurò la Stagione 2008/09 del Teatro alla Scala. Dirige Daniele Gatti, la regia è di Stéphane Braunschweig.

locandina

Locandina dello spettacolo

Erano i tempi in cui la Rai non trasmetteva in diretta la serata inaugurale della Scala per cui bisognava ricorrere a Sky o ad Arte TV: questo Don Carlo dovette attendere Rai 5 e fu trasmesso nientemeno che nel 2011. A suo tempo fece notizia la sostituzione del tenore Filianoti con Stuart Neill, con strascico di polemiche:

http://www.ilgiornale.it/news/scala-don-carlo-8-minuti-applausi-fischi-e-polemiche.html

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Stuart Neill ©M.Brescia

A questa edizione dedicai uno dei primi post nel blog nato da poco:

https://musicofilia.wordpress.com/2008/12/09/don-carlo-inaugura-la-stagione-alla-scala/

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Stuart Neill e Fiorenza Cedolins ©M.Brescia

Una recensione della serata inaugurale:

http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/milano-teatro-alla-scala-don-carlo

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Ferruccio Furlanetto © M.Brescia

Riporto anche la recensione di Giorgio Pestelli su La Stampa:

La Spagna, come cornice nel Don Carlo di Verdi, di solito viene rappresentata o abbagliante o tenebrosa; ma la nuova produzione con cui la Scala ha inaugurato ieri la stagione 2008-09, direttore Daniele Gatti, regìa e scene di Stéphane Braunschweig, ignora l’alternativa, anzi si può dire ignori anche la Spagna, per dedicarsi a una scenografia essenziale, di poche linee geometriche, e al rigoroso gioco a scacchiera di colori bianchi e neri; una concessione paesaggistica, con ariose vedute di boschi, evoca la foresta di Fontainebleau dove si è svolto l’antefatto; meno necessaria l’idea di far circolare per la scena dei bambini come immagini dell’infanzia dei protagonisti, ispirandosi, secondo quanto si legge sul programma, a un passo di Schiller; ma allo spettatore la trovata sembra un’inutile stravaganza, anche perché i frugoletti non si limitano ad apparire (bellissima in sè l’entrata di Filippo seguito da una Elisabetta bimba), ma entrano anche nell’azione, ad esempio nella scena dell’autodafé, in modi che contrastano con il realismo sempre univoco di Verdi. Tuttavia, a parte questi impacci, che si potrebbero rimuovere mandando a letto i bambini, la regìa di Braunschweig non solo ha salvaguardato la scabra serietà di fondo dell’opera, ma ha lavorato con fine intuito sui cantanti dando rilievo ai loro drammi famigliari: è felicissima l’immagine di Filippo che, dopo averla insultata, tiene fra le sue braccia Elisabetta, come se sapesse che è lui ad avere più bisogno di lei.
Ma ancora più ricca di spunti nuovi è la direzione musicale di Daniele Gatti; non che manchi la massa sonora e lo scatto, basta sentire la partenza bruciante del quadro dell’autodafé, o il respiro risorgimentale del tema dell’amicizia; ma è un fatto che le nostre orecchie sono continuamente indirizzate a cogliere finezze e velature di armonia, di ritmo, di fraseggio, il tutto realizzato splendidamente dall’orchestra scaligera in gran vena. Alcuni punti sono esemplari: nel meraviglioso Preludio al terzo quadro (peccato non aver tenuto il sipario chiuso per tutta la sua durata!), nell’introduzione al monologo di Filippo i timbri puri e gli impasti assumono un colore schiettamente mitteleuropeo, un sentore di Brahms e di Mahler portati spontaneamente ad affiorare nella grandiosa unità ritmica della scena dell’autodafè. Ma ancora un particolare fra tanti: quando il re Filippo canta «nel posar sul mio capo la corona» la qualità spoglia, fredda, dell’accordo sottostante dei fiati basta a svelarne la funebre tragicità sotto la pompa esteriore; anche nelle parti meno alte, i contorni mondani e dialoghi salottieri, sempre accurate sottolineature di accenti espressivi: attenzioni forse superflue in un’altra opera, non nel Don Carlo, testo principe di un Verdi «europeo».
Questa presenza sinfonica di primo piano è anche dovuta al fatto che la compagnia vocale, in generale, non è di quelle irresistibili; certo, Ferruccio Furlanetto si muove come un pesce nell’acqua nella parte di Filippo: scolpito e autorevole nei confronti «politici» con Rodrigo e con il Grande Inquisitore, in Ella giammai m’amò si rende intelligibile senza mai staccarsi dalla mezza voce; diventa credibile il suo amore per la giovane regina, un sentimento, di solito trascurato, che aggiunge intima tristezza alla complessità shakespeariana del personaggio. Il Carlo di Stuart Neill non è aiutato dal fisico ma ha timbro squillante e voce sicura. Lascia un po’ a desiderare nei tratti indecisi, introversi del personaggio.
L’Inquisitore Anatolis Kotscherga è nella parte.
Il frate-Carlo V Diogenes Randes ha una voce tonante come occorre. Fiorenza Cedolins come Elisabetta ha voce pulita e duttile, capace di seguire le pieghe più segrete della melodia in tutti i momenti in cui ricorda il passato felice; ma per i gesti tragici le manca ancora qualche grado di volume e di intensità drammatica. Dolora Zajicki è una Eboli un po’ stanca, la sua voce va e viene, non ha un arco continuo ma nell’aria del rimorso ha tirato fuori le unghie; il Rodrigo di Dalibor Jenis è un po’ diseguale nei registri e ha una voce poco chiara che deve ancora maturare.
Cori bene istruiti da Bruno Casoni e bravi i sei deputati fiamminghi tenuti da Gatti in una timida penombra, presaga della grandine che sta per scaricarsi sul loro capo. Non necessaria, ma interessante, la ripresa dalla prima versione del compianto sul cadavere di Rodrigo, col tema che poi Verdi trasporterà nel Requiem. Alla fine sette minuti di applausi misti a dissensi molto pronunciati per il regista, meno per il direttore. Qualche fischio isolato per la primadonna e il grande Inquisitore. © La Stampa/G.Pestelli

Il Barbiere di Siviglia

febbraio 20, 2009

20 febbraio 1816, al Teatro Argentina di Roma viene rappresentata per la prima volta l’opera di Gioachino Rossini. Fu un fiasco a causa dell’ostilità dei sostenitori di Paisiello che non ammettevano che un ventiquattrenne, per quanto già affermato, osasse comporre un remake dell’opera dell’anziano compositore. A nulla valse il fatto che il titolo fosse stato cambiato in Almaviva e che il libretto musicato da Rossini fosse originale. L’opera comunque non tarderà ad avere il meritato successo e diverrà il titolo più celebre del Compositore pesarese e l’opera buffa per antonomasia.

Vorrei proporre l’aria di Don Bartolo, difficilissima al punto da essere per tanto tempo sostituita con Manca un foglio di Pietro Romani. Qui canta egregiamente Claudio Desderi: siamo a Glyndebourne nel 1981, dirige Cambreling, Maria Ewing è Rosina.

Non si può però non riascoltare la celeberrima Calunnia: canta Ferruccio Furlanetto, stesso allestimento.