Posts Tagged ‘Francesco Meli’

I LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA di Verdi al Teatro Regio di Torino

aprile 29, 2018

I Lombardi alla Prima Crociata, secondo una classifica, sarebbe al 22° posto tra le opere di Verdi più rappresentate al mondo, tra le opere in generale si piazzerebbe oltre 400° posto. Non so quanto sia attendibile questa classifica, comunque di sicuro c’è che al Regio di Torino mancava dalla Stagione 1926/27, praticamente 92 anni: decisamente tanti, direi troppi. Però alla Scala non è che vada molto meglio: dal 1930, con cui inaugurò la Stagione, si giunse al 1984 (ripresa nel 1986), poi nulla. Fu la prima opera verdiana rappresentata negli USA (3 marzo 1847 alla Palmo’s Opera House di New York), ma per la prima al Metropolitan si dovette attendere (se non sbaglio) la Stagione 1993/94 con Pavarotti nel ruolo di Oronte. Non è che discograficamente le cose vadano molto meglio: alla versione Cetra del Cinquantenario verdiano, seguirono le versioni di Gardelli nel 1972 per Philips e del 1983 per Hungaroton, quindi quella di Levine che seguì nel 1996 le recite del Met. Poi qualche “live” come quello del 1969 diretto da Gavazzeni all’Opera di Roma, quello diretto da Eve Queler del 1972 alla Carnegie Hall di New York, quello del Teatro Ponchielli di Cremona del 2001 e quello (sia video che audio) del 2009 del Regio di Parma, cui si aggiunge il video dello spettacolo scaligero del 1984. Insomma la quarta opera di Verdi è quasi una rarità. Ingiustamente, a mio parere. Notevoli e numerose le pagine corali trascinanti, fin dall’inizio dell’opera. Momenti altissimi come la preghiera di Giselda nel primo atto o come la celebre aria di Oronte nel secondo. Per non dire dell’interludio con violino solista del terzo e della scena successiva. Poi il concertato con cui termina il primo atto e il finale del secondo atto, il coro delle vergini del primo atto… Vabbè poi la pagina celeberrima (“O Signore dal tetto natio”)… insomma ce n’è in abbondanza per amare quest’opera, non solo perché anticipa il Verdi successivo, ma anche per se stessa. Bene quindi ha fatto il Regio a riportarla in scena e per me era il titolo più atteso della Stagione.

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Scena dal primo atto © Ramelle e Giannese

L’allestimento è una coproduzione con l’Opéra Royal de Wallonie-Liège firmata da Stefano Mazzonis di Pralafera. In realtà a Liegi andò in scena Jérusalem (il rifacimento dell’opera in francese con trama un po’ diversa), a Torino l’allestimento è stato riadattato per I Lombardi. Di tale allestimento ho letto giudizi spietati o al limite frasi eufemistiche per non dire male. Mah, il torto sarebbe quello soprattutto di aver rispettato l’epoca in cui è ambientata l’opera, non aver tentato ardite riletture innovative portando il tutto magari nella contemporaneità, insomma non aver seguito la moda ormai imperante nei grandi teatri. Secondo me invece tutto ciò è quasi un merito, non perché io non ami gli spettacoli “innovatori” (quando sono riusciti li adoro), ma perché tentare riletture in un’opera che è ignota ai più sarebbe stato a mio parere negativo. Ho visto molti spettatori che durante lo spettacolo accendevano le torcia dello smartphone per leggere sulla scheda di sala la trama dell’opera a loro sconosciuta, ora sottoporli a una rilettura sarebbe stato uno stupido atto di sadismo. Sì, sembra di ritornare indietro di quasi 50 anni, quando si andava a teatro d’opera pensando agli autori e non ai registi e per ascoltare i cantanti. Secondo alcuni il Regista non ha curato la recitazione dei cantanti e ha lasciato le masse corali a se stesse. Forse, ma una volta scelto di fare uno spettacolo di tradizione che cosa avrebbero dovuto fare cantanti e masse corali? A me comunque lo spettacolo non è spiaciuto, l’ho preferito e di gran lunga a una Turandot incomprensibile, a un Tristano che gridava vendetta al cospetto di Wagner e anche a un Falstaff tutto sommato irrisolto.

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Scena finale © Ramella e Giannese

Tutti concordi invece sulla eccellenza della parte musicale. In primis Michele Mariotti, giovanissimo direttore, sempre più convincente. Ama quest’opera e lo dimostra ampiamente. Direzione elegante che evita la tentazione della eccessiva marzialità di alcuni punti, ma tesa a sottolineare piuttosto i dettagli di una partitura complessa. Poi lo splendido Coro del Regio, istruito da Andrea Secchi, che in quest’opera ha un ruolo importantissimo fin dall’inizio. Tra i cantanti Angela Meade (Giselda) ha una tecnica ottima, emissione sicura, un timbro seducente, perfetta padronanza del registro acuto.

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Angela Meade © Ramella e Giannese

Francesco Meli (Oronte) si conferma sempre più grande interprete: un Oronte eccellente che ha conquistato il pubblico fin dalla celebre romanza (La mia letizia..). Libero da imposizioni registiche ha cantato avanti nel proscenio ben proiettando la voce nella sala (un po’ come si faceva in passato) e le ovazioni non sono mancate.

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Angela Meade e Francesco Meli © Ramella e Giannese

Alex Esposito ha ben interpretato il ruolo di Pagano esprimendone l’intimo rovello, il senso di colpa, la veemenza dell’assassino, la ieraticità dell’eremita. Un interprete completo.

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Alex Esposito a sx nel ruolo dell’Eremita (Pagano) © Ramella e Giannese

Giuseppe Gipali è un ottimo Arvino, notevolissimo il Pirro di Antonio Di Matteo. Il cast è completato da Lavinia Bini (Viclinda), Joshua Sanders (Priore), Alexandra Zabala (Sofia), Giuseppe Capoferri (Acciano). Merita dovuta menzione Stefano Vagnarelli, violino solista nell’interludio.

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Angela Meade e il Coro © Ramella e Giannese

Grandi applausi e successo di pubblico. Dovranno passare altri 90 anni per rivedere I Lombardi? Spero di no. Esecuzioni come questa rendono giustizia a un’opera che merita maggior diffusione.

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LA GIOCONDA di Ponchielli (Piacenza,2018) su Rai 5

aprile 26, 2018
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© R.Ricci

Stasera in prima serata su Rai 5 andrà in onda La Gioconda di Ponchielli nell’allestimento andato in scena al Teatro Municipale di Piacenza lo scorso mese. La regia è di Federico Bertolani, la direzione d’orchestra di Daniele Callegari.

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Daniele Callegari © R.Ricci

Nel cast: Saioa Hernàndez, Francesco Meli, Sebastian Catana, Giacomo Prestia, Anna Maria Chiuri, Agostina Smimmero.

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Francesco Meli ©R.Ricci

Una recensione:

http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/piacenza-teatro-municipale-la-gioconda

AIDA dal Festival di Salisburgo su Arte

agosto 12, 2017

Stasera alle 21:00 su Arte andrà in onda Aida dal Festival di Salisburgo. Dirige Riccardo Muti, Anna Netrebko e Francesco Meli nei ruoli principali. Chi può, non sarà il mio caso, non la perda. Lo streaming non è possibile in Italia, per quanto ne so, spero in qualche benefattore youtubico :-).

I DUE FOSCARI di Verdi in diretta tv dalla Scala

febbraio 25, 2016
Placido Domingo, protagonista de I due Foscari

Placido Domingo © Brescia & Amisano

Stasera alle 20:15 su Servus TV, alle 20:30 su Classica sarà trasmessa dalla Scala di Milano I due Foscari di Giuseppe Verdi. Dirige Michele Mariotti, la regia è di Alvis Hermanis. Nel cast vocale: Placido Domingo, Francesco Meli, Anna Pirozzi, Andrea Concetti, Edoardo Milletti.

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La regia di Alvis Hermanis è di tipo “tradizionale”, senza spostamenti cronologici, con costumi d’epoca: insomma uno spettacolo come “quelli di una volta” (e grazie a Dio, viste alcune ultime produzioni) senza comunque oleografie o scene pompose. La direzione di Mariotti mi è parsa di ottimo livello. Buone le performance canore, almeno da quello che si può capire da un ascolto tv. Dissensi finali di parte del pubblico all’indirizzo di Anna Pirozzi (non saprei in che misura meritati, lo sanno meglio coloro che erano in sala), mi pare che ci fossero degli altri buu, ma l’invadente speaker di Servus tv ha coperto con la sua voce il tutto. A tal riguardo devo dire che la stessa speaker ha invaso l’inizio del secondo atto e le ultime note dello stesso: insomma quando ci lamentiamo della Rai, dovremmo tener conto che anche all’estero non sanno poi far di molto meglio.

 

GIOVANNA D’ARCO inaugura con successo la Stagione alla Scala

dicembre 8, 2015

Gli applausi ci sono stati e neanche un buu. Be’ l’opera mancava da 150 anni, la conoscevano in pochi: insomma si andava sul sicuro… Per carità, dal punto di vista musicale gli applausi erano meritatissimi, mi sarei aspettato qualche riserva sullo spettacolo; comunque meglio così. Io non c’ero, per cui ciò che tento di scrivere fa riferimento alla diretta tv…. e siamo alle solite: vabbè ormai sono quasi rassegnato, quando le riprese tv d’opera sono affidate al Centro di Produzione Tv di Milano sono lontane dal mio modo di intendere la regia tv di questo tipo di spettacoli e anche stavolta è andata male. E dire che in Rai il team del Centro di Produzione di Napoli in questo campo, a mio parere, lavora egregiamente (ne è stata esempio tra l’altro anche la Elektra da Bologna trasmessa di recente), perché non affidare tutto a loro?

Riccardo Chailly è un convinto sostenitore di quest’opera che aveva già diretto a Bologna 26 anni fa (esiste il video) e lo ha dimostrato con una direzione davvero esemplare: godeva anche di una Orchestra e di un Coro che in questo repertorio non hanno confronti in nessuna parte del mondo e di un cast vocale stellare. Anna Netrebko, Francesco Meli, Devid Cecconi (che ha sostituito con onore l’indisposto Carlos Alvarez), Dmitry Beloselsky (un lusso per la brevissima parte di Talbot), Michele Mauro. Mi pare (da quello che ho potuto cogliere dall’ascolto) che tutti siano stati al massimo.

Lo spettacolo è stato affidato a Moshe Leiser e Patrice Caurier, registi che già hanno collaborato con Pereira a Zurigo e a Salisburgo. Giudicato incongruente il libretto di Temistocle Solera hanno cercato di renderlo plausibile. “Quando abbiamo ricevuto l’offerta di fare questa regia abbiamo pensato che si trattasse di un regalo avvelenato perché il libretto è davvero molto difficile e problematico. In questo senso il nostro lavoro è stato molto semplice: prendere tutte le incoerenze contenute nel libretto di Temistocle Solera e renderle coerenti”. “Quello che vedrete è quello che passa nella testa di Giovanna D’Arco, nella sua follia. Tutto succede nella sua stanza in pieno Ottocento che nella sua immaginazione diventa un campo di battaglia medioevale. Il suo letto è un elemento centrale, è il simbolo della nevrosi che noi mettiamo in scena, delle voci di angeli e demoni che sente e del tormento tra il desiderio verso re Carlo VII e quello per la purezza impostole da un’educazione che la vuole felice solo dopo la morte”.

Già durante la Sinfonia, nell’Andante pastorale si alza momentaneamente il sipario su una camera da letto, in B/N (così almeno si è vista in tv), un medico scuote la testa (la prognosi dev’essere di un paio di ore di vita (la durata dello spettacolo), una malata giace sul letto e un signore non giovane (il padre) si aggira con aria desolata. Il sipario cala momentaneamente per rialzarsi all’inizio del primo atto in cui la giovane comincia a delirare e nel suo delirio esterna il conflitto tra il desiderio di una vita eroica, che non ha avuto, le pulsioni erotiche (che non ha soddisfatto) e la repressione sessuale che ha subito a causa della presenza ossessiva del padre (‘sti padri verdiani che rompi…. che sono sempre!). Si identifica con Giovanna d’Arco e via dicendo…. sino alla morte in cui il Carlo VII gold plated scompare, il padre si gira di spalle (pentito?) a mo’ di Crocifisso… Questo è quanto mi è parso di capire Smiley dalla mediazione tv. Ciò che non ho capito è se questa rilettura abbia reso coerente la drammaturgia dell’opera in questione. A me è parso proprio di no. C’è poco da fare: si sarebbe dovuto riscrivere ex novo il libretto e a questo punto l’opera. Mission impossible. Meglio lasciare le cose come da drammaturgia originale? non saprei. Farlo oggi in un grande teatro è un azzardo maggiore di qualunque stramberia e chi fa il regista d’opera lo sa, forse anche suo malgrado…

Oltre alla già citata recensione di Amfortas, segnalo la recensione di Ugo Malasoma su OperaClick:

http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/milano-teatro-alla-scala-il-trionfo-di-giovanna-infiamma-la-scala

e riporto l’articolo di Giorgio Pestelli su La Stampa di oggi:

Per aprire la stagione della Scala, Verdi è di precetto; ma questa volta Riccardo Chailly, alla prima inaugurazione come direttore musicale, invece dei soliti Rigoletti, Otelli e Trovatori, ha proposto un’opera poco battuta, quella Giovanna d’Arco che dopo un successo strepitoso nella stessa Scala nel 1845 è poi quasi scomparsa dal repertorio. Quindi un Verdi giovane, quello degli «anni da galera» come diceva lui, delle opere sfornate una via l’altra, alcune delle quali «minori», ma tutt’altro che brutte.
Per altro la storia della mite pastorella che animata da sacro fuoco diventa vergine guerriera e salva la Francia dall’invasione inglese, si presta benissimo all’occasione inaugurale, facendo leva sulla quantità di cori e marce militari che l’attraversano; e ancora di più per l’impegno vocale richiesto alla protagonista, vero cavallo di battaglia per grandi cantanti: e qui la grande cantante, anzi grandissima, c’era, il soprano Anna Netrebko al colmo della sua arte musicale e drammatica.
Di solito, per il giovane Verdi un personaggio è definibile solo dall’azione in cui è coinvolto; Giovanna fa un po’ eccezione per l’attenzione in se stessa che Verdi le dedica, ragazza di campagna, vergine in armi, figlia sottomessa, donna contesa fra amore e missione: di tutte queste sfumature la Netrebko non ne ha mancata una, dominatrice nelle tenere romanze, negli scatti visionari, nell’empito lirico del duetto d’amore con re Carlo.
Come non bastasse, ha fronteggiato anche il carattere che le ha impresso la regìa di Moshe Leiser e Patrice Caurier: quello di una creatura nevrotica che oscilla fra depressione e follìa, in una ambientazione che si svolge al chiuso nelle scene di Christian Fenouillat, in una stanza le cui pareti si animano con il lampeggiare di proiezioni, ombre e con l’irrompere del coro in scene di grande effetto.
Si perdono in questo modo le annotazioni che Verdi dedica al «plein air», ma emerge come dominante il rapporto di Giovanna col padre, uno dei padri più pestiferi della storia dell’opera, vero carnefice della figlia; in scena doveva esserci Carlos Alvarez, ma indisposto è stato sostituito da Devid Cecconi, bravo e coraggioso ma ancora senza una spiccata personalità; nella sua improbabile storia d’amore col re di Francia Giovanna ha un partner di grande fascino in Francesco Meli, voce dolce e melodiosa nel suo temperamento sensibile nei suoi slanci lirici.
La carica positiva che Chailly investe in quest’opera, si è già capita dalla Sinfonia d’apertura, diretta con una cura straodinaria, un amore per i particolari che poi continuerà per tutta l’opera; Chailly insiste a mettere in luce le raffinatezze, con tempi adeguati a farle risaltare, ma non dimentica per questo le costanti del giovane Verdi, l’impeto delle cabalette, il raffronto di contrasti elementari, l’irruzione di trovate armoniche e timbriche. Certo anche lui non può trasformare in oro quello che oro non è (quei demoni infernali che cantano «Vittoria, vittoria, plaudiamo a Satàna»!); ma in generale nella sua direzione sparisce quel «volgare» che scandalizzava i detrattori del primo Verdi, perchè, come si è sentito, il fervore e la genuinità non sono mai di cattivo gusto; e prendono il volo le grandi pagine, che sono molte, e per lo più consistono in grandi momenti di assieme, con il vertice forse nel finale del terzo atto, dove Chailly fa sentire l’intreccio di ogni parte, e ancora più importante il soffio del grande respiro di Verdi: costruzioni grandiose dove si è ammirata la bravura del Coro scaligero istruito da Bruno Casoni; in parti minori Dmitry Beloselskiy e Michele Mauro, essi pure all’altezza dell’occasione. © La Stampa/Giorgio Pestelli