Posts Tagged ‘Mario Martone’

ANDREA CHÉNIER di Giordano (Milano,2017) su Rai 5

febbraio 16, 2019

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Domani su Rai 5 replica di Andrea Chénier di Giordano che inaugurò la Stagione 2017/18 alla Scala. Dirige Chailly, regia di Martone.

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Yusif Eyvazov e Anna Netrebko ©Brescia e Amisano

Già da me segnalato a suo tempo:

https://musicofilia.wordpress.com/2017/12/09/andrea-chenier-di-giordano-inaugura-la-stagione-alla-scala/

https://musicofilia.wordpress.com/2017/12/06/andrea-chenier-di-giordano-in-diretta-dal-teatro-alla-scala/

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Finale ©Brescia e Amisano

Domani l’opera sarà preceduta dalla presentazione agli Studenti milanesi.

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COSÌ FAN TUTTE di Mozart (Ferrara,2000) su Rai5

gennaio 5, 2019

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Rai 5 inizia domani con questa replica di Così fan tutte un omaggio a Claudio Abbado a cinque anni dalla morte. Si tratta della edizione rappresentata a Ferrara nel febbraio 2000, trasmessa nell’estate dello stesso anno da Rai2, replicata da Rai 5 nel giugno 2013 (in occasione degli 80 anni del Maestro) e nel gennaio 2014 in occasione della scomparsa. La regia è di Mario Martone. Cantano: Melanie Diener, Anna Caterina Antonacci, Daniela Mazzuccato, Nicola Ulivieri, Charles Workmann, Andrea Concetti.

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Anna Caterina Antonacci e Melanie Diener nel I atto

Una recensione di Paolo Gallarati su La Stampa© del 10/2/2000:

Fedele al suo appuntamento ferrarese con l’opera lirica, Claudio Abbado ha diretto l’altra sera una brillantissima esecuzione di “Così fan tutte” che entra nel suo repertorio dopo quelle delle “Nozze di Figaro” e del “Don Giovanni”. Delle tre opere su testi di Da Ponte, “Così fan tutte” è la più ambigua e sfuggente: la vicenda dei due ufficiali napoletani che si travestono da nobili albanesi per mettere alla prova la fedeltà delle rispettive ragazze e conquistano l’uno la fidanzata dell’altro, non è solo una farsa. La musica di Mozart vi instaura un gioco sottilissimo tra menzogna e verità, tanto da rappresentare una condizione perenne dell’esistenza umana: scoprire il volto dietro la maschera, la verità dei sentimenti dietro l’esteriorità dei comportamenti.
Più che le intermittenze del cuore, l’esecuzione, rigorosamente integrale, di Claudio Abbado punta essenzialmente a sottolineare la vivacità della commedia organizzata dal filosofo Don Alfonso, con la complicità della servetta Despina, per dimostrare ai due ingenui giovanotti la tesi che “così fan tutte”. Il gioco scenico acquista così un mordente esplosivo. Basti sentire con quale chiarezza vengono cantati i recitativi, tanto che quasi nulla del testo di Da Ponte va perduto.
Dal canto suo, la meravigliosa Mahler Chamber Orchestra, dal suono piuttosto secco e nervoso, è tutto un fremito vibrante sottopelle, pazzo divertimento per la messinscena della burla che non è comicità gratuita bensì maliziosa trasgressione, eccitazione, prurito, gusto vorace per l’avventura. Siamo dunque nel Settecento sensista e materialista di Condillac e del Barone d’Holbach, più che in quello sentimentale di Rousseau, rappresentato dalla benevola tolleranza di Don Alfonso verso la “necessità del core”: ma la musica di Mozart sopporta benissimo anche questa visione che va d’accordo con la regia di Mario Martone, ricca di trovate ma un po’ debor dante nei movimenti degli attori che entrano in platea, saltano, si ruzzolano sul palco e sui due letti sempre presenti in scena insieme a sedie, poltrone, paraventi, specchi, comodini. Persino Don Alfonso, per attenersi a questa impostazione, deve ringiovanire: Martone non si preoccupa del fatto che nei “crini già grigi” del “vecchio filosofo” Da Ponte e Mozart ironizzino sulla saccenteria del “secolo filosofico”, mostrandone insieme la saggezza. Trasforma invece Don Alfonso in un ragazzo che contribuisce in modo essenziale alla vivacità, molto napoletana, dell’assieme ma perde di contrasto rispetto a Gugliemo e Ferrando. I quali dovrebbero essere irriconoscibili dalle due ragazze per quasi tutta la vicenda, e invece non si travestono, se non con due baffetti disegnati colla matita: non riesco a capire perché, in una regia così attenta agli effetti teatrali, Martone rinunci alla naturale efficacia comunicativa che possiede il gesto di mascherarsi in scena, e alla fine smascherarsi tra lo stupore generale.
Questo fatto non ha compromesso, comunque, la riuscita dello spettacolo, accolto con applausi grandiosi per Abbado, il regista e gli ottimi cantanti: Daniela Mazzucato, splendida Despina, Melanie Diener e Anna Caterina Antonacci che intrecciano voluttuosamente le voci di Dorabella e Fiordiligi, Nicola Ulivieri, brillante Guglielmo, Andrea Concetti, molto dinamico nella parte di Don Alfonso e Charles Workmann, tenore dalla voce non bellissima ma dotato di gusto e di stile.

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Anna Caterina Antonacci “Smanie implacabili..”

E la recensione di Michelangelo Zurletti su La Repubblica©:

Fin dalle prime battute dell’Ouverture è chiaro che la lettura di Così fan tutte di Abbado è altra cosa rispetto alle solite letture, più o meno belle. Stacco di tempo vertiginoso, strappate violente, suono secco e duro: quell’Ouverture non introduce bellurie e non cerca equilibri, anzi li sconvolge, aspira alla folle journée annunciata dalle Nozze di Figaro: che si può realizzare molto meglio qui con soli sei personaggi e con un libretto straordinario, in un gioco travolgente e festoso di equivoci e paradossi, in una commedia pungente e divertente. Che sia poi anche un lavoro malinconico e perfino amaro lo scopriamo poi, intanto entriamo senza complimenti nel regno della commedia scanzonata.
Le nostre aspettative sono tutte sconvolte: la lettura è una rilettura radicale, scopre e evidenzia timbri che non abbiamo mai notato, contrappunti rimasti da sempre indistinti, riapre tutti i tagli (compresa la terza aria di Ferrando, dalla quale per la verità non traiamo grande giubilo), salva recitativi e arie con naturalezza, nel senso che i recitativi avvicinandosi alle arie assumono e anticipano di queste il ritmo e, nel cembalo, perfino il profilo melodico. Inoltre Abbado adopera il clavicembalo del basso continuo (il bravissimo Enrico Maria Cacciari in coppia col violoncellista Thomas Ruge) con garbo e continui ammicchi, e consente ai cantanti (come già nel “Don Giovanni” di Aix) fioriture gradevoli e stilisticamente appropriate. L’ascolto è un’esperienza: dopo questa edizione Così fan tutte sarà un’altra cosa.
Anche in scena è un’altra cosa. Mario Martone (con scene di Sergio Tramonti, costumi di Vera Marzot) fa qui quello che aveva fatto a Napoli: poche cose, scena fissa, lettini gemelli ma non identici onnipresenti, a dire che i giochi in ogni caso finiscono a letto, travestimenti appena accennati a significare che ciò che conta è ciò che si vuole, che si vede o non si vede ciò che si vuole o non si vuole vedere.
C’è sempre la passerella davanti all’orchestra e la piattaforma aggettante in modo che tutto vada verso il pubblico, favorendo al massimo la comunicazione del testo. C’è in più una vivacità di movimenti che si acuisce con l’impostazione del direttore: se ne avvantaggia la commedia. Movimenti che compongono e scompongono simmetrie in sincrono vivissimo con quelle mozartiane secondo un meccanismo di recitazione tanto oliato da apparire perfettamente naturale.
Di conseguenza è evidente che c’è stato un grandissimo lavoro sugli attori. Don Alfonso può permettersi finalmente di non essere affatto un vecchio ma di essere un altro giovane della combriccola, più agile degli altri, anzi, e per ribadire la sua giovinezza entra e esce dai palchi di proscenio con salti da acrobata. E come sono bravi questi giovani cantanti, come si divertono divertendo noi.
Sono molto bravi anche vocalmente. Se possiamo immaginare una voce più bella di quella dell’americano Charles Workman nel ruolo di Ferrando, è difficile trovarne una altrettanto musicale (la ripresa di “un’ aura amorosa”, grazie anche all’ impalpabile leggerezza di Abbado, è semplicemente magnifica). Stupenda nella sua vocalità germanica Melanie Diener come Fiordiligi, bravissima ancora una volta Anna Caterina Antonacci nel ruolo di Dorabella e travolgente come sempre Daniela Mazzucato come Despina. Nicola Ulivieri è un Guglielmo perfetto e Andrea Concetti un Alfonso di rara finezza. Non possiamo tacere del prezioso contributo della Mahler Chamber Orchestra e del Coro Ferrara Musica, ineccepibili.
Il pubblico è rimasto a lungo perplesso della novità della lettura e ha lasciato passare buona parte del primo atto senza reazioni (non ne ha avute neppure dopo lo stupendo quintetto) e poi ha preso ad applaudire dopo le arie un po’ per volta, ormai rassicurato sull’eccezionalità dell’impresa, per scatenarsi alla fine in un entusiastico applauso.

PAGLIACCI – CAVALLERIA RUSTICANA (Milano, 2011) su Rai 5

ottobre 27, 2018
MM

Mario Martone

Continua con Mario Martone il ciclo che Rai 5 ha dedicato ai registi di cinema che hanno curato regie d’opera. La scelta va al dittico Pagliacci – Cavalleria andato in scena al Teatro alla Scala nel 2011. Fu uno degli eventi che Rai 5 appena nata trasmise in diretta:

https://musicofilia.wordpress.com/2011/01/11/cavalleria-rusticana-e-pagliacci-dalla-scala-in-diretta-su-rai-5/

Qualche recensione:

http://www.enricostinchelli.it/site/recensioni/194-pagliaccicavalleria-alla-scala-fischi-e-sorrisi.html

http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/milano-teatro-alla-scala-pagliacci-cavalleria-rusticana

http://www.gbopera.it/2011/02/milano-teatro-alla-scala-pagliaccicavalleria-rusticana/

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Chissà perché Rai5 stamane ha invertito il dittico trasmettendo prima Cavalleria e poi Pagliacci? Non condivideva la scelta del Teatro? Boh?
Rivista, che brutta Cavalleria! L’inizio con l’esterno del bordello (in Vizzini?) era del tutto gratuito; tra i clienti risulta esserci anche compar Alfio, che diviene quindi un marito puttaniere: io lo avevo sempre immaginato invece come un gran lavoratore e tale si presenta ne “Il cavallo scalpita…”. Forse Martone ha dato ai versi un doppio senso? Chissà…

ANDREA CHÉNIER di Giordano inaugura la Stagione alla Scala

dicembre 9, 2017

Chenier scala

Premetto che ho visto e ascoltato l’opera in diretta tv su Rai 1, per cui ciò che scrivo è condizionato da tale fruizione. La Rai è tornata a trasmettere la prima della Scala sulla rete “ammiraglia”, il che ha il vantaggio di essere vista in tutta Italia (Rai 5 in molte località non si riceve!!!) e comporta lo svantaggio di break pubblicitari etc. La ripresa video è stata a mio parere disastrosa, con momenti imbarazzanti come le riprese dall’alto (che necessità c’era?), la ripresa sul pubblico in sala all’inizio del terzo quadro (boh?), l’immagine di Chailly deformata sullo specchio nel terzo quadro (non si poteva evitare?): peccato davvero perché lo spettacolo di Martone avrebbe meritato miglior servizio. Anche la ripresa audio lasciava a desiderare, ma questa purtroppo è una costante: la Rai ha trascurato la classica per un quarto di secolo (altro che tradizione, come afferma Antonio Di Bella) e adesso che finalmente ha capito l’errore manca di quello standard che altre tv europee hanno raggiunto. A me l’allestimento di Martone è piaciuto: il Regista conosce bene il periodo storico in cui si svolgono i fatti, ha l’intelligenza e l’umiltà  di non pretendere di saperne più di Giordano e Illica, non stravolge nulla; in più agisce in perfetta sintonia con Chailly che ha voluto dare all’opera un flusso continuo senza interruzioni e quindi utilizzando la piattaforma girevole non interrompe l’azione neanche tra un quadro e l’altro (salvo ovviamente tra il secondo e il terzo in cui c’è l’intervallo). Qualcuno ha accusato il Regista di timore, altri di andare dietro all’audience: ma mi domando in un’opera così radicata nel suo tempo come l’Andrea Chénier che tipo di operazione potesse fare senza cadere nel ridicolo e nell’assurdo. La parte musicale mi è parsa di assoluta eccellenza. il merito va tutto a Riccardo Chailly, che quest’opera ama profondamente (e si sente), la considera un capolavoro e la tratta come tale. È riuscito a coinvolgere il Regista e tutto il cast con cui ha svolto un lavoro meticolosissimo, ne è sortita una esecuzione indimenticabile. Mi riferisco non alle singole parti, su cui si potrà ovviamente trovare di meglio soprattutto nel passato remoto, ma all’insieme che ha funzionato alla perfezione. Che bello assistere a un’opera dove non ci sono protagonismi e anche la star della serata si mette alla pari con gli altri (vabbè, uno è suo marito….). Al punto che mi verrebbe da dire che questo non è l’Andrea Chénier della Netrebko, né quello di Martone, né quello di Chailly, né quello di Eyvazov, ma è veramente l’Andrea Chénier di Giordano. Scusate se è poco…