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LE NOZZE DI FIGARO di Mozart (Firenze,2003) su Rai 5

maggio 18, 2019

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Domani su Rai 5 andrà in onda un’edizione de Le nozze di Figaro di Mozart con la regia di Jonathan Miller e la direzione di Zubin Mehta andata in scena al Comunale di Firenze nell’autunno del 2003. L’allestimento era nato nel 1992 per il Maggio Musicale e rappresentato al Teatro La Pergola, spazio più idoneo all’opera in oggetto. Comunque Miller è riuscito ad adattare bene il suo spettacolo nel palcoscenico del Comunale. Miller ebbe l’intelligenza di non spostare in altra epoca l’opera: “No, non ci saranno sorprese. Non trasferirò Le Nozze di Figaro nei tempi moderni. Quest’ opera di Mozart offre la straordinaria possibilità di ricostruire la mentalità del XVIII secolo. Mi spiego meglio. Fino a metà del diciannovesimo secolo i compositori hanno ambientato le opere in due epoche: sceglievano l’ antichità, l’ epoca classica per l’ eroismo; la contemporaneità per la satira. La scelta del periodo quindi aveva una funzione semiotica. Soltanto con il Romanticismo compositori come Verdi cominciarono ad usare la storia per colorare, per creare ambienti esotici. Ma se ascolti la loro musica puoi anche non identificare il periodo in cui è ambientata l’ opera. Insomma generalmente c’ è una possibilità di trasposizione. Non accade con le nozze di Figaro che rendono possibile una visita in un giorno del diciottesimo secolo. In questo caso bisogna resistere alla tentazione di attuare dei cambiamenti. Anzi vanno evitati”. “Nelle Nozze vedo un giorno nella vita di una casa del diciottesimo secolo e per questo mi sento come obbligato a ricostruire la mentalità sociale di quel tempo”. “Ho letto molto attentamente le opere della scuola francese, di storici come Jacques Le Goff e Fernand Braudel, ho provato a pensare, a vedere dettagliatamente come era la vita quotidiana di quel periodo”. “Molta gente… ha letto le Nozze come un’ opera rivoluzionaria. Io non sono di quest’opinione. E’ il pensiero di quelli che definisco i marxisti dello show business. Vogliono fare apparire casa Almaviva come se fosse sull’orlo della Rivoluzione. Qualche anno dopo la prima rappresentazione c’ è stata la Rivoluzione, è vero. In realtà quelli che vivevano nel 1785 non sapevano che stava per arrivare. E’ quello che vorrei far vedere agli spettatori”. Per ciò che riguarda l’ambientazione: “Non ho scelto un luogo particolare. Siamo in una villa della campagna italiana di una zona indefinita. I protagonisti sono figure minori dell’ aristocrazia. Non siamo a Versailles. Per intendersi non siamo nel’ atmosfera incantata dei giardini di Watteau. Piuttosto ho guardato i dipinti di Jean Baptiste Siméon Chardin. E’ una casa dove tutto è molto informale. Altrimenti il giardiniere, come accade, non potrebbe entrare nella camera della Contessa. Addirittura senza essere annunciato. A mio giudizio in quest’ opera di Mozart si possono leggere le quattro stagioni della vita umana. Ci sono quattro coppie: Cherubino e Barbarina sono la gioventù, la primavera dell’ amore; Figaro e Susanna l’ inizio dell’ estate; il Conte e la Contessa l’ inizio dell’ autunno; Bartolo e Marcellina sono l’ inverno dell’ amore. E questo lo si può vedere, verificare nella realtà: un soprano durante la sua vita può interpretare tutti e quattro questi ruoli. Questa produzione è ricchissima di dettagli del comportamento umano”. (da un’intervista su La Repubblica ® del 6 giugno 1992). figaro_com_cio_gva

Lo spettacolo fu proposto anche al Regio di Torino nel 2004, quando Monicelli, in un primo tempo scritturato per la regia rinunciò (come fanno i “grandi”, e Monicelli lo era davvero): “Sono veramente dispiaciuto, ci ho meditato a lungo, le ho ascoltate e riascoltate, ci ho lavorato molto con lo scenografo Carlo Diappi, ma non c’è stato verso, Le nozze di Figaro non sono proprio fatte per me. È stata una scelta tormentata ma alla fine ho preferito ritirarmi dal progetto”. [Se facessero così tanti mediocri che invece ci propongono le loro stramberie!].

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È un’edizione che a me piace particolarmente e che metterei in cima alle mie preferenze insieme a quelle di Strehler, di McVicar, di Peter Hall. In questa rappresentazione fiorentina gli interpreti sono: Lucio Gallo, Giorgio Surian, Patrizia Ciofi, Eteri Gvazava, Marina Comparato, Eleonora Contucci, Eduardo Chama, Giovanna Donadini, Sergio Bertocchi, Carlo Bosi, Gianluca Ricci.

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COSÌ FAN TUTTE di Mozart (Ferrara,2000) su Rai5

gennaio 5, 2019

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Rai 5 inizia domani con questa replica di Così fan tutte un omaggio a Claudio Abbado a cinque anni dalla morte. Si tratta della edizione rappresentata a Ferrara nel febbraio 2000, trasmessa nell’estate dello stesso anno da Rai2, replicata da Rai 5 nel giugno 2013 (in occasione degli 80 anni del Maestro) e nel gennaio 2014 in occasione della scomparsa. La regia è di Mario Martone. Cantano: Melanie Diener, Anna Caterina Antonacci, Daniela Mazzuccato, Nicola Ulivieri, Charles Workmann, Andrea Concetti.

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Anna Caterina Antonacci e Melanie Diener nel I atto

Una recensione di Paolo Gallarati su La Stampa© del 10/2/2000:

Fedele al suo appuntamento ferrarese con l’opera lirica, Claudio Abbado ha diretto l’altra sera una brillantissima esecuzione di “Così fan tutte” che entra nel suo repertorio dopo quelle delle “Nozze di Figaro” e del “Don Giovanni”. Delle tre opere su testi di Da Ponte, “Così fan tutte” è la più ambigua e sfuggente: la vicenda dei due ufficiali napoletani che si travestono da nobili albanesi per mettere alla prova la fedeltà delle rispettive ragazze e conquistano l’uno la fidanzata dell’altro, non è solo una farsa. La musica di Mozart vi instaura un gioco sottilissimo tra menzogna e verità, tanto da rappresentare una condizione perenne dell’esistenza umana: scoprire il volto dietro la maschera, la verità dei sentimenti dietro l’esteriorità dei comportamenti.
Più che le intermittenze del cuore, l’esecuzione, rigorosamente integrale, di Claudio Abbado punta essenzialmente a sottolineare la vivacità della commedia organizzata dal filosofo Don Alfonso, con la complicità della servetta Despina, per dimostrare ai due ingenui giovanotti la tesi che “così fan tutte”. Il gioco scenico acquista così un mordente esplosivo. Basti sentire con quale chiarezza vengono cantati i recitativi, tanto che quasi nulla del testo di Da Ponte va perduto.
Dal canto suo, la meravigliosa Mahler Chamber Orchestra, dal suono piuttosto secco e nervoso, è tutto un fremito vibrante sottopelle, pazzo divertimento per la messinscena della burla che non è comicità gratuita bensì maliziosa trasgressione, eccitazione, prurito, gusto vorace per l’avventura. Siamo dunque nel Settecento sensista e materialista di Condillac e del Barone d’Holbach, più che in quello sentimentale di Rousseau, rappresentato dalla benevola tolleranza di Don Alfonso verso la “necessità del core”: ma la musica di Mozart sopporta benissimo anche questa visione che va d’accordo con la regia di Mario Martone, ricca di trovate ma un po’ debor dante nei movimenti degli attori che entrano in platea, saltano, si ruzzolano sul palco e sui due letti sempre presenti in scena insieme a sedie, poltrone, paraventi, specchi, comodini. Persino Don Alfonso, per attenersi a questa impostazione, deve ringiovanire: Martone non si preoccupa del fatto che nei “crini già grigi” del “vecchio filosofo” Da Ponte e Mozart ironizzino sulla saccenteria del “secolo filosofico”, mostrandone insieme la saggezza. Trasforma invece Don Alfonso in un ragazzo che contribuisce in modo essenziale alla vivacità, molto napoletana, dell’assieme ma perde di contrasto rispetto a Gugliemo e Ferrando. I quali dovrebbero essere irriconoscibili dalle due ragazze per quasi tutta la vicenda, e invece non si travestono, se non con due baffetti disegnati colla matita: non riesco a capire perché, in una regia così attenta agli effetti teatrali, Martone rinunci alla naturale efficacia comunicativa che possiede il gesto di mascherarsi in scena, e alla fine smascherarsi tra lo stupore generale.
Questo fatto non ha compromesso, comunque, la riuscita dello spettacolo, accolto con applausi grandiosi per Abbado, il regista e gli ottimi cantanti: Daniela Mazzucato, splendida Despina, Melanie Diener e Anna Caterina Antonacci che intrecciano voluttuosamente le voci di Dorabella e Fiordiligi, Nicola Ulivieri, brillante Guglielmo, Andrea Concetti, molto dinamico nella parte di Don Alfonso e Charles Workmann, tenore dalla voce non bellissima ma dotato di gusto e di stile.

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Anna Caterina Antonacci “Smanie implacabili..”

E la recensione di Michelangelo Zurletti su La Repubblica©:

Fin dalle prime battute dell’Ouverture è chiaro che la lettura di Così fan tutte di Abbado è altra cosa rispetto alle solite letture, più o meno belle. Stacco di tempo vertiginoso, strappate violente, suono secco e duro: quell’Ouverture non introduce bellurie e non cerca equilibri, anzi li sconvolge, aspira alla folle journée annunciata dalle Nozze di Figaro: che si può realizzare molto meglio qui con soli sei personaggi e con un libretto straordinario, in un gioco travolgente e festoso di equivoci e paradossi, in una commedia pungente e divertente. Che sia poi anche un lavoro malinconico e perfino amaro lo scopriamo poi, intanto entriamo senza complimenti nel regno della commedia scanzonata.
Le nostre aspettative sono tutte sconvolte: la lettura è una rilettura radicale, scopre e evidenzia timbri che non abbiamo mai notato, contrappunti rimasti da sempre indistinti, riapre tutti i tagli (compresa la terza aria di Ferrando, dalla quale per la verità non traiamo grande giubilo), salva recitativi e arie con naturalezza, nel senso che i recitativi avvicinandosi alle arie assumono e anticipano di queste il ritmo e, nel cembalo, perfino il profilo melodico. Inoltre Abbado adopera il clavicembalo del basso continuo (il bravissimo Enrico Maria Cacciari in coppia col violoncellista Thomas Ruge) con garbo e continui ammicchi, e consente ai cantanti (come già nel “Don Giovanni” di Aix) fioriture gradevoli e stilisticamente appropriate. L’ascolto è un’esperienza: dopo questa edizione Così fan tutte sarà un’altra cosa.
Anche in scena è un’altra cosa. Mario Martone (con scene di Sergio Tramonti, costumi di Vera Marzot) fa qui quello che aveva fatto a Napoli: poche cose, scena fissa, lettini gemelli ma non identici onnipresenti, a dire che i giochi in ogni caso finiscono a letto, travestimenti appena accennati a significare che ciò che conta è ciò che si vuole, che si vede o non si vede ciò che si vuole o non si vuole vedere.
C’è sempre la passerella davanti all’orchestra e la piattaforma aggettante in modo che tutto vada verso il pubblico, favorendo al massimo la comunicazione del testo. C’è in più una vivacità di movimenti che si acuisce con l’impostazione del direttore: se ne avvantaggia la commedia. Movimenti che compongono e scompongono simmetrie in sincrono vivissimo con quelle mozartiane secondo un meccanismo di recitazione tanto oliato da apparire perfettamente naturale.
Di conseguenza è evidente che c’è stato un grandissimo lavoro sugli attori. Don Alfonso può permettersi finalmente di non essere affatto un vecchio ma di essere un altro giovane della combriccola, più agile degli altri, anzi, e per ribadire la sua giovinezza entra e esce dai palchi di proscenio con salti da acrobata. E come sono bravi questi giovani cantanti, come si divertono divertendo noi.
Sono molto bravi anche vocalmente. Se possiamo immaginare una voce più bella di quella dell’americano Charles Workman nel ruolo di Ferrando, è difficile trovarne una altrettanto musicale (la ripresa di “un’ aura amorosa”, grazie anche all’ impalpabile leggerezza di Abbado, è semplicemente magnifica). Stupenda nella sua vocalità germanica Melanie Diener come Fiordiligi, bravissima ancora una volta Anna Caterina Antonacci nel ruolo di Dorabella e travolgente come sempre Daniela Mazzucato come Despina. Nicola Ulivieri è un Guglielmo perfetto e Andrea Concetti un Alfonso di rara finezza. Non possiamo tacere del prezioso contributo della Mahler Chamber Orchestra e del Coro Ferrara Musica, ineccepibili.
Il pubblico è rimasto a lungo perplesso della novità della lettura e ha lasciato passare buona parte del primo atto senza reazioni (non ne ha avute neppure dopo lo stupendo quintetto) e poi ha preso ad applaudire dopo le arie un po’ per volta, ormai rassicurato sull’eccezionalità dell’impresa, per scatenarsi alla fine in un entusiastico applauso.

LE NOZZE DI FIGARO di Mozart (Roma,2018) su Rai 5

dicembre 30, 2018

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Be’ chi non partecipa a cenoni pantagruelici, chi non fa bagni di folla nelle piazze, chi è solo soletto o quasi potrà domani sera iniziare il 2019 sulle note di “Contessa perdono…”, secondo me il più bel momento di tutta l’opera lirica. Sì, perché Rai 5 trasmetterà con inizio alle 21:15 Le nozze di Figaro andate in scena lo scorso mese all’Opera di Roma con la regia di Graham Vick e la direzione di Stefano Montanari.

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L’allestimento è di quelli “che fanno discutere” (è così che si dice?): insomma niente parrucche, crinoline, nei etc., ma un grosso elefante che incombe in una stanza contemporanea a noi.

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“The elephant in the room”, qualcosa di evidente che però non si vuol vedere, secondo un detto inglese. Funzionerà? non tutti sono concordi, ma è così quando l’allestimento “fa discutere”.

https://www.teatroecritica.net/2018/11/le-nozze-d-figaro-di-vick-montanari-unopera-ultramoderna/

https://www.belviveremedia.com/amadeus/amadeus-news/teatro-dellopera-di-roma-le-nozze-di-figaro-firmate-vick

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In ogni caso pronti a stappare e brindare con “Contessa perdono…” che dovrebbe coincidere con la mezzanotte t0335

(foto Y.Kageyama)

Ottavio Dantone dirige Haydn, Mozart e Schumann alla OSN Rai

dicembre 8, 2018

Siamo soliti associare il nome di Ottavio Dantone alla musica antica di cui è grande interprete, come clavicembalista e come direttore d’orchestra, meno al repertorio sinfonico, soprattutto romantico. Dantone è un instancabile studioso della prassi esecutiva, indipendentemente dal periodo. A dimostrazione ha presentato e diretto alla Rai un programma che parte dall’Haydn del 1761 (la Sinfonia Hob.I n.6 Le matin) e passando dal Mozart del 1786 (la Sinfonia KV 504 Praga) giunge allo Schumann del 1850 (la Sinfonia n.3 Renana).

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Ottavio Dantone sul podio della OSN Rai

La Sinfonia Hob.I n.6 mostra ancora legami con il “concerto grosso”, sia per la presenza del basso continuo sia per il ruolo concertante di alcuni strumenti (violino, violoncello, fagotto, contrabbasso) sebbene assorbito ormai in una struttura musicale nuova.

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Le altre due sinfonie in programma mostrano un Mozart già sinfonista maturo e uno Schumann cui la forma-sonata comincia a stare “un po’ stretta”. Insomma è un breve percorso nella evoluzione di un genere. Dantone in questo caso non ricorre agli strumenti originali: “la musica può essere fatta con qualsiasi strumento, basta riuscire a ragionarci bene e a tirar fuori il linguaggio più coerente ed emozionante. Negli ultimi decenni sono stati condotti studi molto accurati in questo senso; io stesso per vent’anni ho approfondito la retorica, la teoria degli affetti, il rapporto tra parola e musica, l’individuazione e la ricostruzione attraverso il linguaggio musicale di una coerenza di significati e di espressività.” (intervista a Sistema Musica).

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In questi casi l’interesse per l’aspetto esecutivo rischia di prevalere su quello interpretativo. Il pezzo più riuscito, secondo me, è stata la Sinfonia di Haydn, forse più consona a Dantone.

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Dantone al basso continuo dirige Haydn

Le altre due sono state caratterizzate da una dinamica leggermente spinta verso l’alto (prevalenza di timpano e trombe nella KV 504) e da tempi alquanto stretti (al punto che alle 22:05 era tutto finito, intervallo compreso). Mi ha sorpreso il fatto che in tanto scrupolo filologico l’orchestra fosse sempre schierata secondo l’uso della OSN (con le viole opposte ai violini) e non secondo l’uso classico che oppone i violini primi ai secondi: boh…

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Applausi finali

Applausi calorosi a Direttore e Orchestra.

(foto di M.Vernetti)

 

“Così fan tutte” di Mozart giudicata troppo osé…

novembre 24, 2018

… da alcuni insegnanti di Ascoli che hanno rinunciato a far vedere ai loro alunni l’opera in oggetto perché tratta argomenti troppo scabrosi t1834. Pier Luigi Pizzi, regista dello spettacolo, è piuttosto sorpreso da questa scelta: «Non mi era mai capitato e un po’ mi è dispiaciuto sapere che alcune maestre e prof hanno annunciato che le loro classi non parteciperanno alla visione di questa opera lirica perché si parla di sesso. È vero – ha proseguito Pizzi – che l’argomento di ‘Così fan tutte’ è molto attuale nonostante questa opera di Mozart sottotitolata ‘La scuola degli amanti’ sia stata rappresentata per la prima volta a Vienna nel 1790 quindi oltre duecento anni fa. Ma quando mi hanno detto che i ragazzi avrebbero dovuto essere accompagnati dai genitori per assistere a questa opera buffa, sono rimasto davvero sorpreso. È vero, si parla di sesso, di tradimenti, di infedeltà, ma non certo in modo volgare. È vero che le due ragazze affittano una villetta a Positano per lo svago estivo, è vero che i due corteggiatori sono due ufficiali che vogliono divertirsi ed è vero anche che faranno una scommessa sulla fedeltà delle ragazze che stanno corteggiando, ma tutto viene fatto con poesia – ha concluso il Maestro Pizzi – con romanticismo, con quel senso dell’amore che c’era due secoli fa anche se, ripeto l’argomento è straordinariamente attuale». © Il Resto del Carlino

Non voglio mettere in discussione le scelte educative degli insegnanti (forse hanno temuto proteste da parte dei genitori?), certo che desta un po’ di sorpresa che Così fan tutte venga ancora equivocata come opera pruriginosa o hanno pensato che il soggetto fosse lo stesso del film omonimo di Tinto Brass? s0238