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ADRIANA LECOUVREUR di Cilea al Teatro Superga

aprile 20, 2010

Penultimo spettacolo della stagione in corso, Adriana Lecouvreur di Cilea è stato proposto in un allestimento già presentato a Fidenza nello scorso novembre. Una produzione nata per le scene del Teatro Magnani della città emiliana che vede la collaborazione dell’associazione Fantasia in re che già aveva presentato La Cenerentola il mese scorso. Il regista Riccardo Canessa ha operato la scelta di un’ambientazione novecentesca, in realtà non tanto per l’ambizione di fornire una ardita prospettiva di lettura dell’opera, quanto per contenere i costi di produzione, come lui stesso, con estrema onestà e serietà, dichiara in un’intervista su Parma Lirica:

“Il regista che si accosta a questo come, del resto, ad altri lavori teatrali ha a disposizione due strade, quella tradizionale  o quella alternativa.

Strada tradizionale significa rispettare l’epoca in cui l’opera è ambientata con scene e costumi appropriati, ma soprattutto seguire le indicazioni che lo stesso Cilea mette in partitura secondo quello che è stato un percorso cominciato dall’ultimo Verdi e proseguito soprattutto con Puccini, che forniva dettagli molto precisi e pertinenti per la messa in scena.

Questo è sempre un percorso vincente specialmente quando ci troviamo a doverci confrontare con  intrecci  complicati e a volte poco comprensibili.

C’è però un problema: un allestimento di questo tipo prevederebbe, per Adriana,  scene sontuose ed un uso della macchina teatrale piuttosto complicato ed importante.  Considerando che l’attuale situazione di crisi finanziaria del teatro italiano non consiglia e non consente scelte economicamente impegnative il regista che si confronta con questo lavoro  può allora valorizzarne un’altra parte molto significativa che è, in fondo, lo spunto ispiratore del compositore post verista quando sceglie di tornare indietro nel tempo e di affrontare un repertorio teoricamente illuminista con lo spirito del ‘900. Sfrondare quindi da orpelli probabilmente esagerati ed inutili e valorizzare, all’interno della vicenda, il lato più duttile. Prendere come spunto principale il teatro e la vita del teatrante e farci svolgere intorno una vicenda tutto sommato di grande solitudine.”

Devo dire comunque che il Settecento nell’Adriana non è sfondo o cornice, ma parte essenziale dell’opera: portarla nella contemporaneità significa depauperarla di una componente fondamentale. Insomma alla fine si esce dal teatro insoddisfatti. Nasce poi il problema del balletto al terzo atto, che in quest’opera non può esser tagliato. In quest’allestimento si è fatto ricorso a una bizzarra e fantasiosa soluzione: la proiezione di un video con materiali da Teche Rai, con le Kessler che ballavano il “Da Da Un Pa” al ritmo del Giudizio di Paride. Se fossimo a Berlino o Vienna la cosa verrebbe spacciata chissà con quali intellettualismi da far sentir cretini i poveretti che non hanno colto l’idea profonda che il regista ha voluto esprimere. Per fortuna a Nichelino dominano ancora il buon senso e l’intelligenza di capire che i ballerini costano, il palcoscenico non è quello dell’Opéra di Parigi e che bisogna far di necessità virtù, per cui pazienza…: qualche “oh basta, là” e la cosa finisce lì.

Il direttore Stefano Giaroli, che aveva già diretto La Cenerentola, ha dimostrato di amare profondamente l’opera di Cilea (e non so dargli torto): ne ha dato una lettura vibrante, appassionata, tesa non perdendo nessuna occasione di evidenziare i tesori, spesso nascosti, di una partitura esemplare per orchestrazione e raffinatezza. Ha valorizzato al massimo l’Orchestra di Reggio Emilia, che ha dato una prova maiuscola. Peccato che non abbia fatto bene i conti con le dimensioni del teatro e l’assenza della buca: insomma, involontariamente, ha finito col sommergere le voci dei cantanti che hanno spesso faticato ad aprirsi una breccia attraverso il muro sonoro che li separava dal pubblico. Veramente un peccato perchè il cast era davvero di lusso.

I costumi contemporanei se non altro esaltavano l’avvenenza di Paola Sanguinetti, splendida e convincente Adriana, che aveva già interpretato il ruolo a Fidenza.

Paola Sanguinetti

Ecco che cosa dichiarava alla vigilia dello spettacolo fidentino:

Sulle difficoltà vocali non è il caso di soffermarsi, ogni ruolo ha le sue, quindi fanno parte del mestiere. Il fatto di essere un’artista che interpreta un’artista da un lato aiuta perchè entri meglio nel personaggio, ma da un altro lato è impegnativo perchè non puoi tradirlo, non puoi stravolgerlo, devi restare dentro quel disegno preciso. Bisogna evitare, ad esempio, l’effetto “Gloria Swanson” perchè sappiamo che Adriana Lecouvreur è stata un’attrice moderna ed innovatrice, era famosa proprio per questo. Quindi la recitazione troppo caricata, l’eccessiva enfasi sarebbero fuori luogo. Questo continuo controllo dell’interpretazione insegna ad uscire dalle proprie abitudini interpretative e a cercare qualcosa di diverso, più nuovo, possibilmente più artistico.”

Sua rivale la passionale Bouillon di Claudia Marchi, mezzosoprano dalla prestigiosa carriera in cui ha interpretato i maggiori ruoli a fianco di Pavarotti, Nucci, Vargas, Pons…

Claudia Marchi

Maurizio Comencini ha intepretato un generoso e appassionato Maurizio di Sassonia. le sue arie sono state applaudite calorosamente a scena aperta.

L’eccellente Marzio Giossi è una conoscenza del Teatro: come dimenticare il suo Rigoletto della scorsa stagione? È stato un superlativo Michonnet, parte difficile e, forse, un po’ ingrata. “Ecco il monologo” è stato uno dei momenti migliori della rappresentazione. Alla bella voce Giossi unisce un fraseggio che ne fa il Michonnet ideale.

Marzio Giossi

Luca Gallo, già ascoltato il mese scorso nella Cenerentola, si è confermato nella parte del Principe un ottimo basso. Notevole l’Abate di Oreste Cosimo. Le altre parti non sono state accreditate dal programma di sala.

In conclusione: uno spettacolo con elementi di assoluta eccellenza musicale, ma purtroppo (e dispiace davvero) un po’ mancato per problemi di acustica che ne hanno compromesso la completa fruizione e un po’ per un allestimento che lasciava qualche motivo di insoddisfazione.

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LA BOHÈME al Teatro Superga di Nichelino

novembre 22, 2009

Secondo appuntamento della nona stagione lirica del Teatro Superga: La Bohème di Giacomo Puccini. Titolo amato da tutti gli appassionati d’opera che da più di un secolo immancabilmente finiscono col prendere il fazzoletto per asciugar le lacrime alla morte di Mimì: potranno vederla e ascoltarla centinaia di volte, ma non dà assuefazione, l’effetto è sempre lo stesso. Si commosse anche Puccini nel comporla ed è uno dei momenti più alti in assoluto di tutta la storia dell’opera. In fondo anche i registi, tranne qualche pazzoide iconoclasta, hanno in genere avuto rispetto di questo capolavoro, limitandosi talvolta a posporla di un secolo, aggiornando in alcuni casi la cartella clinica di Mimì (ogni secolo ha i suoi mali…): operazione comunque inutile e gratuita in quanto non apre nessuna prospettiva nuova nell’interpretazione dell’opera. Né potrebbe: La Bohème è nata già perfetta, non c’è niente da aggiungere e nulla da togliere, da sola rende immortale il suo Autore. Naturalmente l’allestimento presentato dal Teatro Superga si muove pienamente nell’ambito della tradizione con uno spettacolo di ottimo gusto sia nelle scene che nei costumi, entrambi semplici, ma non poveri, non manca nulla pur nello spazio non particolarmente esteso del suo palcoscenico. Compagnia di canto giovane e affiatata, che dà quella giusta freschezza e rende credibilissima la vicenda. D’altronde ormai anche le grandi istituzioni liriche tendono a scritturare giovanissimi per Bohème: la presenza dei divi navigati rischia di alterare un po’ l’equilibrio di un’opera dove se i protagonisti sono indubbiamente Mimì e Rodolfo, anche gli altri personaggi hanno un ruolo non secondario e il pari merito è forse la carta vincente degli allestimenti. Lo intuì il grande Bernstein che più di vent’anni fa a Roma presentò in forma di concerto una Bohème di giovanissimi, che se da un lato fece scalpore finì poi col fare scuola. I cantanti che ieri sera hanno cantato a Nichelino sono giovanissimi, ma molto preparati e con un repertorio già vasto. Gioconda Vessichelli (Mimì) vanta nel suo curriculum anche la parte di Madama Cortese del “Viaggio a Reims” affrontata al ROF 2004, è una giovane che è dotata di una notevole poliedricità, poliglotta, passa dalla Bohème (in cui ha anche in repertorio Musetta) all’operetta al Così fan tutte (ove ha in repertorio sia Fiordiligi che Despina): insomma un’artista completa.

Gioconda Vessichelli

Rodolfo era il coreano Kim Choong Sik (che col battesimo cristiano ha premesso il nome Bosco in onore del Santo piemontese), tenore di ottima scuola (Bergonzi), di bella voce, che affronta con successo anche ruoli di lirico-spinto come si può verificare da questo

Nessun Dorma cantato lo scorso anno a Lecco

che è stato bissato a gran richiesta.

Valerio Garzo (Marcello) ha un repertorio che va da Cimarosa a Mozart a Puccini. Ascoltiamolo nella parte di Ping in una Turandot dello scorso aprile a Vercelli, dove si ha anche modo di ascolare l’ottimo Silvano Paolillo (il Benoit della Bohème) nella parte di Pong

Ho una casa nell’Honan

Elisa Cenni (Musetta) è una cantante di ottima scuola (Renato Bruson), già vincitrice di concorsi, di bella e spigliata presenza scenica. Nel marzo scorso ha affrontato il ruolo di Carolina all’Opéra di Parigi nel

Matrimonio Segreto di Cimarosa

Una Musetta seducente e generosa nel mostrare il suo ben di Dio con gratificazione del pubblico maschile.

Il basso venezuelano Ernesto Morillo ha cantato ottimamente l’aria di Colline strappando meritate  ovazioni a scena aperta.

Ferruccio Finetti è stato un buon Schaunard.

Ho lasciato per ultimo colui che in realtà è stato il vero protagonista della serata: il direttore Lorenzo Castriota Skanderberg.

Lorenzo Castriota Skanderberg

Giusto un anno fa lo avevamo ascoltato dirigere “Tosca” nello stesso teatro e con la stessa orchestra e ne avevamo ammirato la indubbia capacità di valorizzare l’orchestra pucciniana. Puccini è stato un grandissimo orchestratore, forse il migliore in assoluto del melodramma italiano. Soprattutto nelle sue ultime opere l’orchestra assume un ruolo fondamentale e diventa coprotagonista. Basti dire che Ravel aveva la partitura della Fanciulla del West sul comodino da notte e la considerava un capolavoro irrangiungibile. Lo sanno i grandi della bacchetta che hanno un amore sconfinato per Puccini. Insomma Puccini necessita di un buon direttore e tale è Lorenzo Castriota Skanderberg. Con una buona orchestra come la Sinfonica Città di Grosseto il risultato è garantito. Ma Castriota Skanderberg ha curato in maniera puntuale anche i cantanti. Si vedeva la sua mano sinistra continuamente guidare il palcoscenico, cui  aggiungeva spesso il movimento delle labbra ad accennare e quasi suggerire il canto. Purtroppo, e mi duole davvero scriverlo, il risultato è stato in larga parte compromesso dalla struttura del teatro, che non essendo nato per la lirica, manca di buca orchestrale e di quegli accorgimenti che favoriscono l’acustica. Per cui l’orchestra ha finito col creare spesso una barriera sonora tra palcoscenico e pubblico: un vero peccato, perché tanta cura nella preparazione dello spettacolo avrebbe davvero meritato una più soddisfacente fruizione da parte del pubblico, che comunque ha capito e ha saputo attribuire i giusti meriti a tutto il cast con i meritati applausi. Vorrei citare ancora il regista Renato Bonajuto, che ha saputo tra le tante cose dare un po’ di graziosa civetteria a Mimì nella sua prima apparizione in scena e chi ha curato le luci sempre pertinenti al momento. Una menzione anche al Coro Puccini diretto da Gianluca Fasano, che con la sua costante presenza si può quasi considerare un’istituzione stabile.

L’ITALIANA IN ALGERI di Rossini al Teatro Superga di Nichelino

aprile 24, 2009

L’Italiana in Algeri approda alle porte di Torino a solo un mesetto dalle rappresentazioni torinesi del Regio. L’allestimento presentato dal Teatro Superga è un piccolo gioiello di finezza, che sa coniugare un sano e gaio umorismo senza mai sconfinare in eccessi che involgariscono senza necessità un’opera che è un vero capolavoro del genere buffo. Spettacolo semplice e godibilissimo condotto con grande maestria dalla regia di Pierluigi Cassano e dalla direzione d’orchestra di Marco Dallara, un giovane che dimostra di conoscere lo stile rossiniano. L’Orchestra Sinfonica di Reggio Emilia il Coro dell’Opera di Parma hanno dimostrato in pieno una rara professionalità.

Il cast vocale era composto da validissimi giovani cantanti. Inizierei dalla bravissima protagonista, Cristina Melis, bella voce di contralto, come previsto da Rossini, con già un repertorio vasto nonostante la giovane età.

Cristina Melis

Cristina Melis

Ha dimostrato una notevole agilità che le ha fatto superare brillantemente la sfida della impegnativa “Cruda sorte!Amor tiranno!”. Bellissima poi  “Per lui che adoro” piena di malizia.

Accanto a lei il Lindoro di Davide Cicchetti, tenore che ha già all’attivo un Conte d’Almaviva alla Fenice di Venezia e che ha i requisiti del tenore rossiniano dalla voce soave e dal canto sentimentale.

Davide Cicchetti

Davide Cicchetti

Fulvio Massa ha messo in scena un godibilissimo Mustafà, grazie alla sua simpatia, alla sua presenza scenica e alla voce in grado di affrontare una parte difficilissima. L’aria “Già d’insolito ardor nel petto”, complessa e virtuosistica, è stata risolta brillantemente.

Fulvio Massa

Fulvio Massa

Andrea Zaupa è stato un ottimo Taddeo: ha la spiccata vena comica e la voce ideale per impersonare il “baritono buffo” rossiniano. “Ho un gran peso sulla testa” è stato uno dei momenti più riusciti della rappresentazione.

Andrea Zaupa

Andrea Zaupa

Luca Gallo nella parte di Haly ha cantato con grande finezza l’aria “Le femmine d’Italia”, dando ad essa una levità quasi mozartiana.

Luca Gallo

Luca Gallo

Le simpaticissime e bravissime Silvia Felisetti (Elvira) e Grazia Gira (Zulma) completavano il cast, che avrebbe meritato secondo me qualche ovazione in più, magari in itinere,  dei calorosi applausi conclusivi.

LE NOZZE DI FIGARO di Mozart al Teatro Superga di Nichelino

marzo 30, 2009

Con Le Nozze di Figaro il Teatro Superga di Nichelino conclude la trilogia dapontiana iniziata due stagioni fa col Così fan tutte.

Una bellissima edizione, una delle migliori che io ricordi dal vivo (e ne ho viste davvero tante, Salisburgo incluso). Merito principale, secondo me, dell’eccellente direttore d’orchestra Emmanuel Siffert, svizzero, formatosi con Sandor Vegh a Salzburg e successivamente con Horst Stein, Ralf Weikart, Jorma Panula e Carlo Maria Giulini, ha Mozart nel DNA e lo ha dimostrato con una performance modello di eleganza, finezza, stile. Se a questo aggiungo che è riuscito a far suonare l’Orchestra Sinfonica della Valle d’Aosta (di cui è direttore principale) come una compagine di altissimo livello, che è riuscito a non coprire neanche una volta le voci in un teatro che non è concepito per la lirica e non ha la buca orchestrale, che ha dato i giusti tempi nel rispetto assoluto delle esigenze dei cantanti, ne viene fuori il profilo del direttore che ogni ente lirico sogna, spesso invano. Ha già un ottimo curriculum e gli auguro di cuore di affermarsi sempre di più come merita.

siffert

Emmanuel Siffert

Ottimo e affiatatissimo il cast vocale, composto da giovani cantanti che sanno che cos’è il gioco di squadra e sanno evitare quei perniciosi protagonismi che non giovano mai alla riuscita dello spettacolo. Comincerei dalla strepitosa Susanna di Arianna Donadelli, piena di brio, tutta pepe, che alle ottime doti vocali aggiunge una presenza scenica irresistibile.

Arianna Donadelli

Arianna Donadelli

Non vorrei però che il mio entusiasmo per la Donadelli sminuisse gli altri, a cominciare dall’ottimo e efficacissimo Figaro di Emilio Marcucci e dal Conte prestante e disinvolto di Evans Tonon: entrambi baritoni dalla voce chiara e dalla dizione perfetta, doti che ne fanno gli interpreti ideali per questi ruoli.

Emilio Marcucci

Emilio Marcucci

Evans Tonon

Evans Tonon

Anna Pirozzi ha interpretato benissimo la parte della Contessa: le due arie, soprattutto Dove sono i bei momenti, sono state tra i momenti più riusciti della rappresentazione.

Anna Pirozzi

Anna Pirozzi

Il Cherubino di Rosy Zagaglia aveva l’irruenza e il languore che caratterizzano il personaggio. Ottima nella difficilissima Non so più cosa son. Bravissimo e simpaticissimo Davide Mura nelle parti di Bartolo e Antonio. Da segnalare le ottime prove di Christian Berriat (Basilio/Curzio), Silvana Bruno (Marcellina), Elena Colombatto (Barbarina).

Ho lasciato per ultima l’Orchestra Sinfonica della Valle d’Aosta, compagine di giovanissimi strumentisti, cui va gran parte del merito della riuscita dello spettacolo. Non l’avevo mai ascoltata e ne sono rimasto davvero sorpreso. Neanche una piccola smagliatura in tre ore di rappresentazione è un primato da grande orchestra.

Una lode meritano Livio Viano e Nino Ventura per la regia dello spettacolo e Gianluca Fasano per la direzione del coro Orpheus.

Se qualcuno leggendo fosse scettico su quanto scrivo immaginando  che in un sobborgo operaio alle porte di Torino sia impossibile assistere a uno spettacolo mozartiano di alto livello si ricreda: l’entusiasmo, l’amore e la fede in ciò che si produce possono fare molto di più dei soldi e del professionismo (sempre più ridotto a stanca routine) che si vede in teatri blasonati dove spesso tutto si fa tranne che amare l’opera.

LA BELLA ADDORMENTATA di Ciaikovskij al Teatro Superga di Nichelino

gennaio 10, 2009

Il Teatro Superga di Nichelino nella sua stagione inserisce un balletto classico e lo fa con orchestra dal vivo, non, come capita spesso in teatri “minori” , con musica riprodotta spesso a decibel da discoteca. Il titolo di quest’anno è il celeberrimo balletto di Ciaikovskij affidato alla splendida compagnia del Balletto di Mosca La Classique attualmente in tournée in Italia. Il titolo era già stato presentato al Teatro Colosseo di Torino lo scorso 6 dicembre. La Compagnia, fondata nel 1990, comprende circa 50 artisti formatisi presso le maggiori accademie di danza russe. Ha in repertorio i balletti “classici” che porta in tournée in tutto il mondo con successo.

Il Balletto di Mosca nel "Lago dei Cigni"

Il Balletto di Mosca nel "Lago dei Cigni"

La Bella Addormentata (un prologo e tre atti) è il balletto di Ciaikovskij forse più complesso da rappresentare, sia per la durata (170 minuti circa di musica ) sia per numero di danzatori cui si richiedono prestazioni di assoluta eccellenza.

Foto del cast della prima rappresentazione assoluta a S.Pietroburgo

Foto del cast della prima rappresentazione assoluta a S.Pietroburgo

Diaghilev nel 1922 ne fece una versione abbreviata dal titolo ” Le nozze di Aurora” che comprendeva quasi tutto il terzo atto preceduto dall’introduzione e alcune danze del II atto. Tale versione circolava fino a qualche decennio fa (la vidi con Rudolf Nureyev) e fu anche incisa in disco da Leopold Stokovski. Oggi è stata abbandonata e si opta giustamente per il balletto intero con gli opportuni tagli necessari per il “metabolismo” del pubblico odierno. Così han fatto anche i coreografi Aleksandr Vorotnikov e Irina Vorotnikova per il Balletto di Mosca. Qualche numero tagliato (non molti comunque: Le variazioni di Aurora successive all’Adagio, le Danze nobili del II atto, qualche danza del divertissement del III atto e la Sarabande) e gli altri opportunamente accorciati dei ritornelli e di alcune battute: insomma una cura dimagrante che ha snellito il balletto dandogli dimensioni e durata tali da non mettere a dura prova il pubblico, che forse non reggerebbe più una serata che con applausi e intervalli superebbe le quattro ore.

Uno spettacolo davvero splendido, di una finezza e di un buon gusto davvero rari. Forse solo i russi riescono a rendere pienamente l’incanto e la magia di questi capolavori assoluti della danza e del teatro musicale: ci credono fino in fondo e sono consci dell’altissimo valore di ciò che propongono.

Ottimi protagonisti Nadejda Ivanova (Aurora), Dmitrij Smirnov (PrincipeDesiré) e Natalya Potekhina (Fata dei Lilla).

Determinante il contributo dell’Orchestra Filarmonica Italiana di Piacenza diretta da Gianmario Cavallaro, che è riuscito brillantemente nell’arduo compito di adattare la difficile e raffinatissima partitura di Ciaikovskij alle esigenze dei danzatori e a suturare senza alterarne l’equilibrio formale i brani sottoposti al bisturi dei coreografi.

Gianmario Cavallaro

Gianmario Cavallaro

Un bonus a chi mi avesse eventualmente seguito fin qui:
L’adagio di Aurora nella performance di Ulyana Lopatkina!
http://dailymotion.virgilio.it/video/x8h9co_the-sleeping-beauty-ulyana-lopatkin_creation