Posts Tagged ‘direttorid’orchestra’

È morto Stanislaw Skrowaczewski

febbraio 22, 2017
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Stanislaw Skrowaczewski

Stanislaw Skrowaczewski si è spento ieri all’età di 93 anni. Gli avevo dedicato un post in occasione del suo 89° compleanno:

https://musicofilia.wordpress.com/tag/stanislaw-skrowaczewski/

Una sua interpretazione a circa 90 anni di età:

e un’altra a 91 anni:

Questa Decima di Shostakovich un mese prima di compiere i 90:

 

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Guido Cantelli 60 years

novembre 24, 2016

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60 anni fa, il 24 novembre 1956, Guido Cantelli periva a soli 36 anni di età nel rogo dell’aereo diretto negli USA dove doveva dirigere alcuni concerti con la New York Philharmonic. Solo un mese prima era stato nominato direttore del Teatro alla Scala di Milano. Ricordo benissimo la notizia della morte di Cantelli, sebbene fossi ancora un ragazzino, poiché in una famiglia di melomani come la mia fu vissuta come un lutto.

Dopo 60 anni Guido Cantelli vive nel ricordo di tutti coloro che amano la grande Musica.

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Resti dell’aereo DC-6B della LAI ad Orly dopo l’incidente in cui perse la vita Guido Cantelli © Getty Images

Un italiano in America e un americano a Torino…

gennaio 7, 2016

Gianandrea Noseda

Gianandrea Noseda è stato nominato (come aveva già segnalato gentilmente Pramzan) direttore della National Symphony di Washington. Rimarrà comunque direttore musicale al Regio di Torino. Riporto un’intervista di A.Mattioli su La Stampa del 5 gennaio u.s.:

E adesso nascerà un asse musicale fra Torino e Washington. L’eroe dei due mondi è naturalmente Gianandrea Noseda e la notizia che lo riguarda è di quelle ghiotte: il direttore musicale del Regio assumerà la stessa carica alla National Symphony Orchestra, che ha appunto sede nella capitale federale. Contratto con clausole classicamente americane: nella sua prima stagione, la ’16-’17, Noseda sarà direttore «designato», poi direttore musicale dal ’17-’18 almeno fino al ’20-’21, con dodici settimane di presenza a stagione. L’annuncio ufficiale è previsto giovedì. Ma la notizia è stata anticipata dal Washington Post e Noseda la commenta da New York, dove sta dirigendo al Met la prima produzione deiPêcheurs des perles di Bizet vista lì da un secolo a questa parte.

Contento, maestro?
«Molto. Dopo l’esperienza con la Bbc, un’orchestra sinfonica mi mancava: in fin dei conti, sono partito da lì. E poi è importante lavorare sia con un teatro d’opera che con un’orchestra: importante per me e importante per loro».
Per lei, di certo. Per loro, perché?
«Perché spero che si creeranno delle sinergie fra il Regio e la Nso che, non dimentichiamolo, è l’orchestra della capitale, quindi l’orchestra è “nazionale” non solo di nome. L’anno scorso, ho portato con il Regio il nostro Guglielmo Tell in tournée oltreoceano, e con grande successo. I rapporti con il mondo musicale americano sono strategici per un teatro internazionale».
Sinergie possibili o probabili?
«Diciamo auspicabili e, per quel che mi riguarda, anche probabili».
Il timore è che la scoperta dell’America preluda a un suo sganciamento da Torino…
«Per nulla. Il contratto con il Regio è in vigore fino alla stagione ’18-’19 compresa, poi vedremo. Ma il mio incarico a Washington non toglierà nulla a quello a Torino, né per impegno né per presenza. Anzi, credo che sarà galvanizzante».
Da qualche parte, però, il tempo per gli americani dovrà trovarlo.
«Ridurrò la mia attività di direttore ospite, che ho svolto dal 2011 a oggi quando non lavoravo a Torino».
Con i debutti appena celebrati a Salisburgo e con i Berliner, non è un peccato?
«No, anche perché la direzione musicale di Washington dà chiaramente nuovo prestigio. I miei impegni come free lance diminuiranno magari di numero, ma di certo non come qualità».
La bravissima Anne Midgette del «Washington Post» la definisce una «rising star», una stella crescente, fra i direttori. Ma lei non si sente già ampiamente cresciuto?
«Di crescere non si finisce mai. E poi un direttore d’orchestra è misteriosamente considerato una promessa almeno fin verso i 55 anni. Poi diventa di colpo un “vecchio direttore”. Io ne ho 51 e hanno smesso di definirmi un “giovane” soltanto un paio di anni fa».
Chi è il suo predecessore alla Nso?
«Christoph Eschenbach».
Beh, allora lei andrà bene per forza.
«Questo l’ha detto lei. Io trovo che la Nso abbia un potenziale altissimo e molta voglia di crescere, il che mi piace molto: ho sempre scelto dei complessi che abbiano voglia di migliorarsi, di crescere, non che si accontentino di stare seduti sugli allori».
Ma al Regio quando tornerà?
«Intanto andremo insieme a Hong Kong, dove a fine febbraio dirigerò orchestra e coro del teatro nella Messa da Requiem di Verdi e in un programma sinfonico. Poi dal primo di aprile fino a tutto maggio sarò a Torino per la produzione della Donna serpente di Casella, cui tengo moltissimo».
In piazza Castello come l’hanno presa, la nomina a Washington?
«Ovviamente li ho informati e penso che a tutti abbia fatto piacere. Quando uno della famiglia, come dire?, amplia il suo raggio d’azione, gli altri sono contenti».
Proprio tutti?
«Sì, tutti».    © La Stampa/A.Mattioli

James Conlon

James Conlon diverrà direttore principale della OSN Rai, che ha sede a Torino e proprio oggi dirigerà un concerto che prelude al suo futuro incarico. Un’altra intervista a Conlon:

Molti, magari, l’hanno scoperto all’ultimo concerto di Capodanno della Fenice. Di certo, è il direttore che i torinesi ascolteranno di più negli anni a venire. James Conlon, 65 anni, newyorchese con il solito cocktail di ascendenti europei comprensivo degli immancabili bisnonni italiani, sarà dalla prossima stagione il direttore principale dell’Orchestra sinfonica nazionale della Rai.

In questa, si porta avanti con tre programmi, il primo domani e dopo: Varèse, Schreker e laQuinta di Beethoven. Musicista di lunghissimo corso (per dire: il suo debutto all’opera fu propiziato da una segnalazione della Callas), Conlon parla un italiano quasi perfetto ed è uno di quegli stranieri che amano l’Italia più di noi. «Ricordo la prima volta che venni qui, negli Anni Settanta. Fu uno choc, di bellezza e di cultura. Ho amato subito l’Italia e da allora non ho più smesso».
Però in Italia si viene a dirigere l’opera, non la sinfonica. E le orchestre italiane all’estero non hanno esattamente una buona fama.
«Forse, ma non vuol dire che sia meritata. Però se la regola è questa, l’Osn Rai è l’eccezione. Si tratta di un’orchestra sinfonica di prim’ordine e riconosciuta come tale da tutti».
Cosa le piace dell’orchestra?
«Il senso innato del canto che hanno i musicisti italiani. È una cosa che non si impara».
Ma in un’epoca di globalizzazione anche musicale esistono ancora delle caratteristiche nazionali?
«Sì e no. Sì, perché comunque un’identità nazionale continua a esistere ed è qualcosa che va oltre la musica, è un dato culturale e sociale. No, perché ormai tutti ascoltano tutti e le orchestre non stanno più chiuse nelle loro città, senza confronti, come un secolo fa».
Gli Usa sono pieni di direttori italiani, Luisi al Met, Muti a Chicago, adesso Noseda a Washington. Lei invece è l’unico americano in Italia. Perché?
«Posso rispondere per me. La mia esperienza europea è cominciata come un piacere ed è diventata un’esigenza. Del resto, sono stato stabile a Colonia per tredici anni e all’Opéra di Parigi per nove. Per gli artisti americani ignorare l’Europa è un grave errore da tutti i punti di vista: musicale, culturale e anche personale».
Che progetti ha per l’Osn Rai?
«Credo che il compito di un direttore principale sia quello di mettere l’orchestra in condizioni di suonare bene tutto il repertorio, dal barocco alla contemporanea. Con il giusto equilibrio fra pagine e autori celebri e altri meno noti».
Ma i suoi gusti personali li avrà.
«In ogni orchestra dove ho lavorato stabilmente ho sempre diretto un’integrale di Mahler. E non potrei vivere senza Mozart».
Però è un esperto dell’«Entartete Musik», la musica degenerata messa al bando dai nazisti.
«Non mi considero uno specialista. La dirigo, come dirigo tutta la grande musica. Non credo che vada rinchiusa nel ghetto dei festival dedicati o delle rassegne a tema. La si deve eseguire nelle stagioni normali, perché è bella. E perché se non lo facessimo daremmo ragione postuma ai nazisti che la volevano cancellare».
Veniamo a Torino. Tre cose che le piacciono della città.
«Primo: la sua orchestra. Secondo: Torino è di una bellezza elegantissima e sorprendente. Terzo: cibo e vini sono favolosi».
Un politico italiano di cui conosce il nome?
«Ehm… Non seguo la politica. L’unico che mi viene in mente è Berlusconi».

© La Stampa/A.Mattioli

Da parte mia auguri di buon lavoro a entrambi. 

È morto Pierre Boulez

gennaio 6, 2016

Pierre Boulez © DGG

Un grande della Musica ci ha lasciato per sempre. Si è spento a Baden Baden Pierre Boulez. Aveva compiuto 90 anni il 26 marzo dello scorso anno.

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2016/01/06/news/addio_al_direttore_d_orchestra_pierre_boulez_tra_i_grandi_compositori_di_musica_contemporanea-130705999/

Tre volte “Resurrezione” su Rai 5

novembre 18, 2015
Gustav Mahler

Gustav Mahler

Per tre giorni di seguito Rai 5 trasmette nei concerti meridiani tre edizioni della Seconda Sinfonia di Gustav Mahler “Resurrezione” registrate a Torino con l’Orchestra della Rai. La prima risale al 1983 con Giuseppe Sinopoli sul podio. La seconda al 2006 con Frühbeck de Burgos fu eseguita in occasione del rientro dell’Orchestra nelle sede storica di via Rossini. Con la terza siamo allo scorso anno (2014) con Juraj Valčuha sul podio.

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L’esecuzione del 1983 inaugurò la Stagione della allora Orchestra di Torino e il M° Sinopoli fece delle prove aperte al pubblico per l’occasione. Ecco cosa dichiarava in una intervista su La Stampa: “Maestro Sinopoli, amare Mahler, capire Mahler.- «Credo che Mahler possa essere molto più amato che esattamente capito. Può essere capito da persone che abbiano profonda assuefazione al pensiero e alla cultura mitteleuropei, certamente non da coloro che vivono la provincializzazione di questa cultura nei salotti milanesi Ma di più può essere amato e forse qui è la ragione del suo successo presso il pubblico. Ci appartiene,, riflette a diversi livelli di coscienza le rotture che noi viviamo con il passato ogni giorno del nostro presente».”…. “Come lo si interpreta oggi? <<Le maniere in cui oggi schematicamente, rlduttivamente, si interpreta Mahler sono due: una di tipo analitico, e castrante, che fa di lui un autore più o meno dello stesso livello di Prokofiev; cioè una lettura in cui si crede che il contenuto si identifichi perfettamente con le strutture che lo sottendono. L’altra: una lettura emozionale, hollywoodiana, tesa soprattutto a mettere in risalto le apparenti euforie megalomaniache delle partiture di Mahler»… “Sinopoli propone un’alternativa? «Quella di creare un continuo confronto tra i materiali storici mahleriani, utilizzati al di là della loro funzione storico-grammaticale, e le ragioni del richiamo o della rievocazione di questi materiali. Di evidenziare insomma il disagio tra gli oggetti di rifiuto, la macerie del Landler, i fantasmi delle trombe delle caserme austriache, gli ostinati funerari che come pendoli neri di morte si muovono in parallelo coi movimenti della culla. In una parola quel disagio così angosciante tra le spinte regressive in senso psicoanalitico di Mahler, che superando il limite dell’Infanzia all’indietro coincidono col vuoto e quindi con la morte, e una volontà tutta storica di comporre, dunque di ricomporre un’identità dell’io». © La Stampa

L’esecuzione diretta da Frühbeck ebbe 20 (venti) minuti di applausi, forse anche per l’evento. Riporto in parte quanto Paolo Gallarati scrisse in merito su La Stampa:

“…Rafael Frühbeck de Burgos ha attaccato con impeto il primo movimento della Sinfonia, aperto da quella ventata che sorge dagli archi, perdura come un’idea fissa nelle convulsioni di violoncelli e contrabbassi, e allunga, sull’immenso paesaggio della Sinfonia, un’ipoteca tragica. La Seconda di Mahler è vasta come il mondo. Persino lo spazio tradizionale della sala da concerto non riesce più a contenere quella vastità: alcuni strumenti suonano, difatti, fuori scena, prolungando l’orizzonte in spettacolose prospettive. Siamo così avvolti dall’eco, circondati dal mistero. Il mistero della vita, dilaniata dai suoi contrasti, dove il sublime sta accanto al grottesco, connubio fatale, in tutto il romanticismo, da Verdi a Wagner, da Victor Hugo a Dostoievskij, da Schubert a Beaudelaire.
Frühbeck de Burgos ha esaltato questi contrasti, e l’orchestra l’ha seguito assai bene: i dieci corni, quando si sono alzati in piedi per ricevere gli applausi del pubblico, sembravano riassumere l’orgoglio di tutta una tradizione. Bene ha fatto anche il Coro «Ruggero Maghini» (direttore Carlo Chiavazza) che, nell’ultimo movimento, ha cantato l’inno «Risorgerai» intriso di severità altotedesca, cioè di classicità brahmsiana, più che di affetto schubertiano. Questo trabocca, invece, nel canto della «Luce primigenia», dove la voce del contralto si immerge in un caldo e intimo misticismo (ottima Sara Mingardo che, accanto al soprano Elisabeth Norberg-Schuelz, era impegnata nella parte solistica); e, soprattutto, nel meraviglioso moto perpetuo del terzo movimento, dove Mahler utilizza in versione orchestrale il Lied della «Predica di S. Antonio ai pesci»: il movimento dell’acqua ci immerge improvvisamente nella vita della natura che, in Mahler, non è solo idillio ma espressione di una totalità demonica, ossia, insieme, bellezza e paura. Un mondo, dunque, come si diceva: ed è proprio questa sensazione di universalità che l’esecuzione di de Burgos è riuscita a trasmetterci l’altra sera, lasciandoci contemporaneamente scossi e appagati.” ©La Stampa/Paolo Gallarati

Così sulla esecuzione del 2014 diretta da Valčuha:

“Un folto pubblico ha accolto, nell’Auditorium Rai, l’esecuzione della Seconda Sinfonia di Mahler diretta da Juraj Valchuha, uno degli impegni più rilevanti della stagione sinfonica: l’Orchestra Rai al gran completo e il Coro Maghini diretto da Claudio Chiavazza gremivano il palcoscenico, riempiendo la sala con una potenza di suono quasi sempre ben controllata dal direttore. La Seconda rivela il dissidio profondo alla base di tutta l’opera di Mahler: il contrasto tra il peso della materia e l’anelito alla spiritualizzazione. Aggressivo e brutale il primo movimento, condizione del rovesciamento che, nei successivi, porterà alla trasfigurazione del finale da cui la Sinfonia prende il titolo:Resurrezione.Valchuha ha seguito bene questo itinerario, privilegiando gli aspetti elegiaci, trasfigurati, rispetto a quelli tragici. La qualità dell’esecuzione è parsa altamente sostenuta in tutte le pagine in cui il suono diventa leggero, rarefatto. Ben centrata l’ironia del terzo movimento, in cui Mahler, con una riuscita fenomenale, rielabora il Lied della predica di S. Antonio ai pesci: un affresco di natura idillico e pittoresco, che mette in gioco tutti i colori dell’orchestra. Bene anche l’ultima parte, con il corno fuori scena, le fanfare esterne alla sala che echeggiano come appelli apocalittici, e una prestazione maiuscola del Coro Maghini, mai come stavolta fuso in sonorità morbide e ricche. Il mezzosoprano Michelle Breedt, che cantava insieme al soprano Malin Hartelius, ha eseguito egregiamente il Lied dellaLuce originaria. Forse maggior controllo si poteva auspicare per le pagine ad altissimo volume. Esito comunque festoso.” © La Stampa/Paolo Gallarati
Su questa mi si perdoni l’autocitazione:
https://musicofilia.wordpress.com/2014/03/13/seconda-di-mahler-con-losn-rai-in-diretta-su-rai-5/